Se solo potessi ti prenderei a calci, la recensione: la madre in crisi di una grande Rose Byrne

Rose Byrne è la strepitosa protagonista di Se solo potessi ti prenderei a calci, incursione nei lati oscuri della maternità in un racconto sospeso fra dramma e commedia grottesca.

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La scena d’apertura di Se solo potessi ti prenderei a calci consiste in un primissimo piano della protagonista: dal dettaglio degli occhi, l’inquadratura si allarga lentamente al resto del volto. Linda sta partecipando a una sessione di terapia familiare, ma per l’intera durata della scena la macchina da presa è fissa su di lei: le parole di sua figlia e della dottoressa Spring rimangono voci fuori campo, a cui la donna reagisce con un sorriso forzato e con uno sguardo che tenta di respingere un velo di lacrime. «Posso essere triste, sono autorizzata ad esserlo, giusto?», domanda Linda, prima di introdurre la questione a cui dà assoluta priorità e che costituisce il fulcro drammaturgico del film: l’urgenza di far rimuovere la sonda gastrica della sua bambina, affetta da un disturbo pediatrico dell’alimentazione.

Fin da questo incipit, e poi ancora nella scena seguente (Linda e sua figlia camminano verso casa dopo aver comprato una pizza), la regista e sceneggiatrice Mary Bronstein, anche interprete nei panni della dottoressa Spring, rende manifesto il doppio registro adottato per Se solo potessi ti prenderei a calci: da un lato il secco realismo espresso attraverso i dialoghi, la regia e le modalità del racconto; dall’altro, la tendenza ad incrinare tale realismo mediante una dimensione simbolica che, pur senza mai prendere il sopravvento, fa avvertire la sua sottesa presenza per tutta la durata del film, secondo lungometraggio della Bronstein a ben diciassette anni di distanza dal precedente Yeast e accolto dagli elogi della critica fin dalla sua presentazione al Festival di Berlino 2025.

 

Rose Byrne, una donna sull’orlo di una crisi di nervi

Gli elementi simbolici, nella pellicola, appaiono evidenti a partire dalla bambina di Linda, che non solo è priva di un nome proprio (e pertanto assimilabile più a un archetipo che non a un autentico personaggio), ma viene tenuta costantemente al di fuori dall’inquadratura: la macchina da presa si limita talvolta a cogliere qualche sezione del suo corpo, ma mai il viso, trasformandola in un’entità indistinta, quasi metafisica, che irrompe nell’esistenza della protagonista come una voce insopportabilmente lamentosa. E poi c’è l’altro nucleo da cui ha origine il secondo conflitto alla base della trama: il soffitto che crolla – letteralmente – sulla camera da letto di Linda, spalancando sulla sua casa un’oscura voragine che assurge a minaccioso “buco nero” pronto a risucchiare un precario equilibrio familiare.

Un equilibro già sbilenco, appunto, pure a causa dell’assenza del marito Charles: un comandante navale impegnato in lunghi viaggi di lavoro, e che dunque si materializza con fastidiosa costanza sotto forma della voce (in questo caso al telefono) dell’attore Christian Slater, che comparirà in carne e ossa solo in prossimità dell’epilogo. Voci lontane (il marito), entità fantasmatiche (la figlia) e buchi neri: è il quotidiano terreno di confronto di Linda, incarnata dall’attrice australiana Rose Byrne, qui in uno di quei ruoli che possono segnare il pinnacolo di un’intera carriera. Una carriera iniziata nel 1994, a quindici anni, e che l’avrebbe portata nel 2000 a ricevere la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia per La Dea del ’67 per poi imporsi all’attenzione del grande pubblico, anche e soprattutto in territorio statunitense.

Dal 2007 al 2012 al fianco di Glenn Close nell’eccellente legal drama Damages, da allora Rose Byrne si è divisa più o meno equamente fra piccolo e grande schermo, lavorando a pieno ritmo fra produzioni indipendenti e progetti più commerciali, ma riuscendo a far valere soprattutto le proprie doti di interprete brillante (Le amiche della sposa, Spy, la serie TV Physical). In Se solo potessi ti prenderei a calci, Rose Byrne ha l’opportunità di aggiungere alcune pennellate di humor nero a un ritratto di estrema intensità drammatica, e sfrutta l’occasione in maniera superba: la sua performance, che oscilla fra ostinazione, rabbia e struggimento, è il cuore pulsante del film ed è valsa alla Byrne una sacrosanta pioggia di trofei, fra cui l’Orso d’Argento a Berlino, il Golden Globe come miglior attrice e la nomination all’Oscar.

 

Il lato oscuro della maternità

L’opera di Mary Bronstein è uscita in contemporanea ad altri titoli incentrati sui lati oscuri di una maternità vissuta con un amalgama di insicurezza, angoscia e frustrazione: da Nightbitch di Marielle Heller, analogo nei toni al film della Bronstein (ma nel complesso assai meno riuscito), a Die My Love di Lynne Ramsay, che assume invece contorni allucinati al limite del visionario. Se solo potessi ti prenderei a calci aderisce invece ai canoni del dramedy per descrivere la routine di Linda nella cornice urbana di Montauk: il suo lavoro come psicoterapeuta, le sedute con un collega impersonato dal conduttore televisivo Conan O’Brien e le grigie serate trascorse in un motel, dove la donna riceve inaspettati barlumi di empatia dal sovrintendente Jamie, a cui presta volto il rapper ASAP Rocky.

In apparenza una struttura ciclica, ma che tuttavia procede a ritmi sempre più frenetici, virando di colpo in direzione del grottesco (la sciagurata parentesi del criceto) o acquisendo connotazioni decisamente sinistre: come per la crepa sul soffitto, abisso fissato nottetempo da una Linda impotente di fronte al collasso della propria realtà, o i dettagli quasi da body horror del ventre della bambina nel momento in cui la protagonista le strappa la sonda gastrica dall’addome. Perché quello del film, dicevamo, è un microcosmo narrativo popolato di simboli, via via più incisivi in parallelo con l’esasperarsi della crisi della protagonista: non ultimo il suo rispecchiamento in Caroline (Danielle Macdonald), la paziente che abbandonerà un neonato nello studio di Linda, anticipandone la fuga di fronte a un insostenibile senso di colpa.

È tale colpa, oggetto del dibattito negli incontri di gruppo della dottoressa Spring (e di un monologo mozzafiato di Rose Byrne), il vero elefante nella stanza, la fonte del divorante malessere di Linda. «È colpa nostra! Non sarà giusto, ma è colpa nostra», è la sua rabbiosa replica a una rassicurante ipocrisia incapace di sollevarle dalle spalle tutto il peso di un mondo in bilico. Quel mondo che la donna proverà a salvare in un ultimo, disperato tentativo, prima di una corsa forsennata incontro alle onde, seguendo le orme di Caroline, e di una promessa che suona forse come l’inizio di un’agognata pacificazione: «I’ll be better», ovvero «Starò meglio», ma anche «Sarò migliore».

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