Sentimental Value, la recensione: il segreto che tiene insieme un film
Il cinema come maschera e confessione: Sentimental Value di Joachim Trier racconta il dolore familiare attraverso l’arte, tra verità emotive e finzioni necessarie
Ogni bel film, ogni film che valga la pena ricordare, nasconde un segreto, si fonda su di esso o lascia che la sua atmosfera avvolga poco a poco lo spettatore e il racconto, facendo in modo che, andando avanti, questo segreto diventi un valore filmico o emotivo dell’intera opera. O un valore sentimentale: è ciò che fa, appunto, Sentimental Value, il film che ha sbancato gli EFA 2026 (European Film Awards) dopo aver vinto il Gran Premio a Cannes e subito prima di arrivare nelle nostre sale cinematografiche.
Un omaggio a Bergman attraverso il dramma familiare
Joachim Trier, che rilancia dopo il successo de La persona peggiore del mondo, è il regista di un esplicito e onesto omaggio a Ingmar Bergman, sia nella sfaccettata figura di Gustav Borg (Stellan Skarsgård), un regista che ha di fatto messo da parte e abbandonato la famiglia per il lavoro, sia nei temi e nel racconto: quello di un uomo, Gustav appunto, che sta per rientrare nel grande cinema e vuole usare l’opportunità per riallacciare i rapporti con le figlie, soprattutto con la maggiore Nora (Renate Reinsve), che vorrebbe come protagonista di un film dal sapore autobiografico.
Trier ha scritto con Eskil Vogt (se non lo avete visto, cercate il suo The Innocents) un dramma familiare classico, fatto di allontanamenti, ricongiunzioni, delusioni e sorprese, ma lo ha arricchito attraverso la complessità dell’arte e delle forme di espressione con cui siamo soliti ripensare il dolore, elaborarlo o esorcizzarlo.Racconti nel racconto: la casa, la crepa, la forma
Fin dall’inizio, Sentimental Value si presenta come un racconto, come la storia che qualcuno sta narrando a qualcun altro, e lo fa cominciando con un flashback che è però anche un romanzo in lettura e la sequenza di un film che mette in immagini quelle parole. Quel racconto nel racconto – che imposta subito la casa come protagonista occulta del film – mette immediatamente in mostra una metafora: la crepa che corre lungo le pareti, segno di una rottura intima, ma anche il luogo su cui concentrarsi per ricomporre le ferite. Una metafora, facile per carità, che è però anche il segno che il film non si accontenterà di mostrarci i personaggi e le loro vicende, ma lavorerà sulla forma per trasmettere idee ed emozioni.
Anche perché, se omaggio a Bergman deve essere, oltre al portato psicologico e psicoanalitico dell’intreccio e delle situazioni, bisogna tenere conto che lo svedese fu anche un grande inventore di forme filmiche. Trier, senza ovviamente avventurarsi in paragoni inutili e dannosi, cerca di lavorare su quelle forme, e il film lo fa costruendo strati di immagini che corrispondono ai modi in cui ciascun personaggio comunica il proprio disagio e i propri sentimenti. La narrazione scritta e orale, il cinema e il teatro sono modi per conoscere meglio noi stessi, ma anche per vendere agli altri un’immagine migliore di noi, idealizzata, romanticizzata: Sentimental Value è un film in cui le parole, le storie e le immagini degli altri si scontrano con ciò che noi stessi sappiamo essere vero, in cui la verità sta nello scavo dentro il sentimento ma può essere conosciuta solo attraverso la bugia dell’arte.
La bugia dell’arte come unica via alla verità
E infatti Trier fa in modo che il film dia il meglio di sé, si renda più bello ai nostri occhi, quasi a svelare ironicamente le finzioni di cui ci copriamo, quando mette in scena il film che Gustav realizza (il bellissimo piano sequenza finale), le opere teatrali di Nora, le sceneggiature che raccontano – o forse inventano – la vita della famiglia Borg, mostrando prima il lato più luminoso e fascinoso, per poi svelare ciò che sta al fondo di quelle creazioni, quando il film si toglie la maschera: il dolore che l’arte sfrutta, capitalizza, ma inevitabilmente mette a nudo.
Commovente senza enfasi, Sentimental Value è un film che raggiunge il suo punto di equilibrio tra comprensione e densità grazie a una delle sceneggiature più belle e stratificate degli ultimi anni e a un gruppo di attori splendido (tutti nominati agli Oscar), a cui si aggiungono Inga Ibsdotter Lilleaas (la sorella minore Agnes) ed Elle Fanning (Rachel, l’attrice che Gustav chiama a sostituire la figlia). A dire quanto il polso e la direzione di Trier siano determinanti basterebbe la sua capacità di far aleggiare quel mistero – narrativo, emotivo, estetico – anche nei momenti più semplici, anche dietro le apparenti rivelazioni del film, dietro la leggerezza con cui i personaggi provano ad affrontare il peso di una vita. Basterebbe la sequenza sulla spiaggia a dire la bellezza del film.