Sirat, la recensione: un ponte fra le immagini e la musica
Sirāt è un viaggio ipnotico tra deserto, rave e spiritualità: un cinema sensoriale che unisce corpo, suono e immagine, trasformando la ricerca di una figlia in un pellegrinaggio mistico e apocalittico.
Nonostante l’apparenza ellittica, Sirāt è un film chiaro, oserei dire persino limpido. Si dichiara fin dall’esergo con cui si apre, ovvero dal significato della parola che gli dà il titolo: il ponte sottilissimo, teso sull’inferno, che le anime devono superare per giungere in paradiso. Il film con cui Óliver Laxe si è fatto conoscere da una cerchia più ampia di cinefili si gioca tutto lì, su quel ponte, solo che qui è largo come il deserto del Marocco.
Il viaggio come essenza del racconto
Il film segue infatti la ricerca di una figlia scomparsa da parte del padre (Sergi López) e del fratello minore lungo il Sahara marocchino, dove si svolgono i rave a cui la ragazza stava partecipando; assieme a un gruppo di raver, i due dovranno affrontare pericoli e ostilità, ma scopriranno anche una dimensione metafisica dei propri sensi.
Laxe e Santiago Fillol hanno scritto questo film a metà strada tra il dramma visionario e l’avventura sensoriale, prendendo in prestito le regole alla base del racconto — il viaggio come essenza, il grado zero della narrazione — per espanderle e portarle in un’altra dimensione estetica che ha a che fare con i luoghi, i suoni e le persone.Il passo narrativo del film è fondato sul contrasto estremo tra la solitudine e l’isolamento del deserto e le adunate che vi si svolgono; tra lo stato d’animo del padre e del figlio, che cercano in mezzo al nulla una persona sparita, e coloro che cercano invece un senso di dissoluzione dell’individualità nella folla, ma ancor di più nella natura, laddove un rave sembra un pellegrinaggio alla Mecca. Soprattutto nel suono e nel ritmo.
Perdersi nel suono
Il vero percorso, il pellegrinaggio che Laxe, i suoi personaggi e il pubblico con loro compiono, è dentro il rapporto tra corpo, suono e immagine: un rapporto segnato dalla musica di Kangding Ray, che interrompe il flusso con i suoi ritmi precisi e trascinanti, con bassi che fanno tremare e che diventano cassa di risonanza di ciò che accade dentro e intorno alle figure sullo schermo.
Come i raver raffigurati nel primo terzo del film, Laxe fa in modo che il ritmo e le immagini entrino in trance, lasciando che il mondo sullo sfondo si muova minaccioso — la guerra e gli interventi militari, la canzone antibellica di Boris Vian — facendo dei ritmi techno un porto spirituale sicuro, un rifugio meditativo.
Il film, però, non dimentica che quel deserto è il pericoloso limbo di chi sta cercando il paradiso o la sopravvivenza: così, mentre scioglie i personaggi e li rende più vicini a chi guarda, addensa il viaggio di pericoli, sorprese e colpi di scena (almeno uno è tra i più sconvolgenti della stagione), creando una suspense — nel senso letterale di sospensione — che fa pensare a Il salario della paura, versione Clouzot o Friedkin, non importa. D’altronde Sirāt, come detto, vuol dire ponte, come quello al centro delle memorabili sequenze dei due film citati: per cui essere sospesi è necessario.
Amplificare l’anima
Più passano i minuti, più Laxe fa emergere la componente mistica, e lo fa con grande intelligenza, raccontando la fine del mondo non come un momento o un evento, ma come uno spazio che raccoglie i destini ultimi dell’umanità, le tracce della guerra come trappole demoniache.
E quando deve condurre i personaggi sulla soglia dell’abisso, al limite del ponte, non può che farlo con la musica, con quell’amplificatore nero che sembra la Kaʿba al centro della Mecca, dove i pellegrini si radunano per compiere il gesto sacro dell’Islam. Qui il gesto si fa profano, apparentemente, ma non meno gravido di futuro, di senso dell’Apocalisse.
Premiato a Cannes 2025, nominato ai Golden Globe e agli EFA (i principali premi europei), prima di ottenere anche la candidatura all’Oscar, Sirāt è un film impressionante, che lavora sugli elementi chiave del cinema — immagine, suono, resa concreta dell’astratto — con una fisicità trascinante, portando il rapporto tra musica e visione in territori vicini alla sperimentazione pura, senza però dimenticare il cuore e il corpo degli uomini.