Snotgirl vol. 2: California screaming, la recensione
Abbiamo recensito per voi il secondo volume di Snotgirl, serie Image di Bryan Lee O’Malley e Leslie Hung
Fumettallaro dalla nascita, ha perso i capelli ma non la voglia di leggere storie che lo emozionino.

C'è un mondo patinato fatto di fotografie ritoccate ad hoc con filtri, outfit da selezionare accuratamente e nuovi prodotti da sponsorizzare. Quell’universo, in cui le fashion blogger regnano incontrastate dettando le tendenze del momento, si espande e trova la sua dimensione sui social network, alla costante ricerca di nuovi follower. Ma il lato oscuro della rete cela agli occhi dei più le paure e le angosce di chi fa dell’apparire la propria ragione di vivere: posto ergo sum.
Tra gelosie, situazioni surreali e una vicenda che si fa via via sempre più intrigante, procede il cammino di Snotgirl, serie Image Comics scritta da Bryan Lee O’ Malley e disegnata da Leslie Hung. Dopo essere stati introdotti in una storia che all’apparenza poteva apparire come l’analisi lucida e dissacrante di un mondo artefatto, l’autore di Scott Pilgrim decide di virare verso atmosfere di tutt'altro spessore confezionando un thriller psicologico accattivante. Nel secondo volume pubblicato in Italia da Edizioni BD e intitolato California screaming, O’Malley riesce nel non facile compito di accrescere il nostro interesse per il titolo, con il mistero che si infittisce e nuovi elementi vengono integrati per alimentare l’ambiguità della situazione.

Cresce il pathos di Snotgirl e aumenta di pari passo la qualità della componente artistica a firma della Hung: pur presentando incertezze e ingenuità dettate dalla sua poca esperienza come fumettista, registriamo sensibili miglioramenti in fase di costruzione della tavola e di storytelling. Lo stile influenzato dalla scuola asiatica e le colorazioni pop di Rachel Cohen contribuiscono a delineare un mondo “puccioso” in netto contrasto con la tensione scaturita dai misteriosi omicidi che hanno portato la storia verso territori più oscuri. La prova della Cohen risulta certamente più idonea rispetto a quella offerta da Mickey Quinn nel precedente volume, evitando di appesantire il tratto della Hung e rendendo così la lettura decisamente più scorrevole.