Song Sung Blue, la recensione: Jackman e Hudson, eroi operai della musica
Song Sung Blue racconta una fiaba working class sulla musica e sull’amore: una tribute band di Neil Diamond con Hugh Jackman e Kate Hudson, tra nostalgia, passione e seconde possibilità.
“Sweet Caroline, good times never seemed so good”. Quante volte abbiamo sentito cantare questa canzone nei film, nelle serie e anche negli stadi? Sweet Caroline è la canzone simbolo di Neil Diamond, cantautore americano che è stato molto amato ma non è mai stato così forte da entrare nel novero dei grandissimi della musica, di quelli su cui oggi si fanno i milionari biopic. E invece Neil Diamond vale la pena di un ascolto attento. Neil Diamond ha scritto centinaia di canzoni e tutti vogliono Sweet Caroline, come ripete spesso, in quello che diventa un tormentone, Hugh Jackman nei panni di Mike Sardina, alias Lightning, in Song Sung Blue, il film di Craig Brewer in arrivo al cinema dall’8 gennaio distribuito da Universal. È la storia di un uomo e una donna che decidono di dare vita a un’appassionata e appassionante tribute band di Neil Diamond. Dimostrando che non è mai troppo tardi per l’amore e per la musica.
La nostalgia paga
Mike Sardina (Hugh Jackman) è un ex alcolista, un veterano della guerra in Vietnam, un meccanico. Ma, soprattutto, è un musicista. Per lui la cosa più importante è suonare: non importa quanto, e quale pubblico ci sia. Claire Stangle (Kate Hudson) è proprio come lui. Sale sul palco per interpretate un brano di Patsy Cline, con i capelli neri, e lui la nota subito. “Se avessi le tette più grandi potrei essere Dolly Parton”. “Sei bionda?” “Certo che lo sono”. Il loro primo incontro è questo. È amore a prima vista. E sarà anche sodalizio musicale. Mike e Claire diventeranno Lightning & Tunder, un’amata coppia nell’arte e nella vita, che proverà a farcela nonostante la sorte avversa. Quella di Mike e Claire è una storia vera, quella di un duo diventato una celebrità a Milwaukee, già raccontata da un documentario dallo stesso titolo del 2008.
“La nostalgia paga”, dice all’inizio del film il manager che cura il piccolo giro di affari di Mike e di altri artisti come lui. La nostalgia è un tema chiave dei nostri anni. Ce ne siamo accorti scorrendo i nomi che dominano i concerti dal vivo, dalle ristampe dei vecchi dischi, dalle serie tv come Stranger Things e dagli eterni ritorni delle saghe cinematografiche. Lo capiamo anche dai biopic che quei grandi della musica li riportano in scena: abbiamo avuto Freddie Mercury e i Queen, Elton John, Elvis Presley, Bob Marley, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Ma qui è diverso. Finalmente si prova a raccontare anche chi non ce l’ha fatta, i “perdenti” di successo (ma poi, cosa vuol dire davvero “perdenti”?). Si prova a raccontare l’arte e la musica non con il metro delle vendite dei dischi e dei biglietti, ma con quello della passione, del sangue e del sudore che ci si mette in nome di questa musa.
La forza sottile degli attori
Song Sung Blue ci piace già solamente per questo. Perché dei biopic ne abbiamo avuto abbastanza: alcuni ci sono piaciuti, altri meno, alcuni erano necessari, altri no. Ma ci piace l’idea che si provi a guardare dove le luci non sono quelle più accecanti, dove non sono accese tutte le telecamere e le macchine da presa. Che si guardi dove i riflettori sono meno potenti e l’illuminazione più fioca. È il mondo di chi fa musica in un altro modo, di chi si dedica alle canzoni degli altri. È un sottobosco da non trascurare, abitato da persone che non ce l’hanno fatta a vivere di musica, ma che vivono con la musica, che ci mettono la passione e tutto ciò che hanno. Che suonano nei pub, nei casinò, nelle fiere, a volte in un teatro. Si accetta qualunque condizione. Basta cantare e suonare. Mike è uno di loro. Non vuole “impersonare” Neil Diamond, ma “interpretarlo”. La differenza sembra sottile. Ma non lo è.
Gli operai della musica vanno in Paradiso
Song Sung Blue ci piace perché è una “fiaba della working class”, come l’ha definita lo stesso regista. Perché ci insegna che non bisogna per forza essere giovani per la musica e per l’amore, e che non è mai troppo tardi, anche se “i giovani sono fortunati perché non sanno che quasi mai andrà come sperato”. Perché ci ha fatto capire che “Neil Diamond non è solo Sweet Caroline, ma anche Soolaimon, Play Me, America, Forever in Blue Jeans, Holly Holy. E non solo: ha scritto lui anche la celeberrima I’m A Believer dei Monkees e Girl, You’ll Be A Woman Soon resa famosa dagli Urge Overkill e da Quentin Tarantino in Pulp Fiction. Ascoltatele, vi piaceranno. Ci piace soprattutto perché ci fa capire che non importa dove possiamo arrivare, che successi possiamo raggiungere: l’importante è fare le cose al nostro meglio, con passione, mettercela tutta. E non saremo mai, comunque, dei perdenti. Così vorrete immediatamente bene a questi working class hero della musica. Ancora una cosa: quando il pubblico canta “Sweet Caroline bon bon bon”, “bon bon bon” sarebbe la musica ma lo fa con la bocca. Come il nostro caro, indimenticato Massimo Troisi in Yesterday in Non ci resta che piangere. Non c’entra niente, ma ci è tornato in mente e volevamo ricordarlo.