Source Code - La recensione
Un soldato deve tornare indietro nel tempo per far luce su un attentato, ma ogni volta ha solo 8 minuti di tempo. Concept fantastico, regista di grande talento e un cast in palla. La Hollywood che sogniamo, insomma...
Recensione a cura di ColinMckenzie
TitoloSource CodeRegiaDuncan JonesCastJake Gyllenhaal, Michelle Monaghan, Vera Farmiga, Jeffrey Wright, Michael Arden, CasAnvarUscita29-04-2011Source Code rientra perfettamente in questa mia categoria preferita, grazie a Duncan Jones, che non solo conferma di non essere una meteora dopo la rivelazione Moon, ma forse corregge anche qualche difetto di quella pellicola e riesce a parlare a un pubblico un po' più vasto. Così, dà vita a un film intelligente e appassionante, che mette insieme cervello e azione con un equilibrio pressoché perfetto. Insomma, tutto quello che avrebbe dovuto essere Inception e non è stato (grazie a Manuel Goffredo Innocenti per aver espresso quello che avevo dentro inconsciamente).
L'inizio è subito intrigante e misterioso, almeno per chi ha la fortuna di entrare in sala senza sapere nulla della pellicola. Uno dei pregi o è che il film non cerca mai di essere semplice, ma tratta gli spettatori come persone mature e in grado di seguire la narrazione senza distrarsi troppo. Tutto questo è perfetto per contribuire allo stato di confusione della storia e del suo personaggio.
E poi, una mia grande paura era che il film potesse risultare una serie noiosa e banale di piccoli corti con poche variazioni, ma per fortuna assistiamo a dei cambiamenti notevoli e intelligenti, soprattutto con dei ribaltamenti di prospettiva che lasciano spiazzato anche lo spettatore più smaliziato. Più convenzionale (ma comunque funziona bene) la contrapposizione tra interesse pubblico e privato, che però è importante per non rendere tutto un giochino fine a se stesso. Ovviamente, non manca (come normale per prodotti di questo tipo) qualche incongruenza alla fine, che magari non sarà perfettamente coerente in ogni minima parte. Tuttavia, si riesce a dar vita a una conclusione notevole, con una certa ambiguità e malinconia che di sicuro non possono farlo considerare come il tipico happy end.
In tutto questo, è bello rivedere Jake Gyllenhaal in un ruolo degno del suo valore e in cui chiaramente si sente molto più a suo agio. Forse, in qualche momento eccede troppo nel mostrare platealmente il suo stato d'animo, ma comunque risce a dar vita a un trattato di psicologia in maniera naturale e avvincente. Molto apprezzabile anche Joe Wright, che crea un personaggio molto più complesso e ambiguo di quanto si potrebbe pensare a prima vista, soprattutto perché non scade mai nel villain facile. Forse, Vera Farmiga è la meno convincente del gruppo (ma il ruolo non consente granché), mentre sono curioso di rivedermi la pellicola una seconda volta (cosa buona e giusta) anche per scoprire le sottigliezze nella performance di Michelle Monaghan.