Spada vol. 1, la recensione
Un misterioso senzatetto spinge giù un uomo dal cornicione, nel mezzo di una suggestiva città futuristica... Iniziano così le avventure del fumetto Spada!
Carlo Alberto Montori nasce a Bologna all'età di 0 anni. Da allora si nutre di storie: lettore, spettatore, ascoltatore, attore, regista, scrittore.
Attraverso lo sguardo di Watt Weland scopriamo la città di Anghyburg, correndo tra i vicoli e sopra i tetti, imbattendoci in Spada, bizzarro senzatetto a conoscenza di alcuni segreti di una grossa organizzazione. Questa coppia di personaggi si troverà coinvolto in una pericolosa missione, dovendo introdursi in edifici sotto stretta sorveglianza e affrontando guardie potenziate.
La costruzione di Anghyburg è senza dubbio il risultato più grande raggiunto da Tripood, un mix di influenze visive e architettoniche in grado di immergere in un paesaggio familiare ma al contempo originale. Ci si può ritrovare un po' di Moebius e di Enki Bilal, le città futuristiche di Katsuhiro Otomo e l'impatto visivo degli artwork dei più riusciti videogiochi RPG nipponici, come Final Fantasy.
Narrativamente Spada riesce a incuriosire, ma l'impressione è che le 72 pagine del volume (poche, per quelle che si intuiscono essere le intenzioni su questo universo) non siano state sfruttate nel migliore dei modi. I protagonisti sono simpatici, ma qualche momento in più per presentarli al lettore avrebbero aiutato ad empatizzare con loro, mentre alla fine della lettura si ha l'impressione di conoscere meglio la città e i suoi intrighi che i due personaggi principali.
La più grande perplessità è sulla quarta di copertina del volume, in cui Tripood riporta scherzosamente finti pareri e frasi dei suoi parenti, quasi a voler sminuire con autoironia il suo prodotto, senza prendersi sul serio. È un buffo espediente già visto in diverse occasioni, ma è adatto ad autori comici come Daw (lo vediamo ogni due mesi su A come Ignoranza) o Scottecs, che spesso si autoinfliggono giudizi critici per strappare una risata ai lettori.
È strano vedere questo stratagemma umoristico applicato a un volume fantasy in cui la comicità è un ingrediente decisamente secondario della narrazione, dove l'incanto e l'epico dovrebbero essere gli elementi che attraggono il lettore e lo trasportano nell'affascinante scenario di Anghyburg.