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The Bear 5, la recensione: l'ultimo saluto è il più dolce

La serie di Christopher Storer chiude i battenti con un ultimo, intenso viaggio. E non possiamo fare a meno di commuoverci davanti a un trionfo emotivo di questa portata.

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Incredibile pensare a quanto sia cambiata la percezione di una serie che, agli occhi del grande pubblico, era destinata a essere la rivoluzione degli show sulla ristorazione. The Bear lo è stata, ma in modo completamente diverso rispetto a quello che molti spettatori, attratti dall'idea di un drama immerso nel caos, si aspettavano: i deliri in cucina che lasciano spazio ai dolori personali. Potrebbe sembrare quasi banale, eppure tra le mani di Christopher Storer questo progetto si è trasformato presto in qualcosa di unico e (probabilmente) irripetibile. Nel corso delle sue cinque stagioni, The Bear ha trasformato il ristorante in un concetto più grande di quattro, semplici mura. Ha reso la gastronomia il linguaggio del conflitto e della resa. Ha trasformato un branco di persone fragili e problematiche in una famiglia da cui è incredibilmente difficile separarsi.

Arrivando all'ultimo servizio, Storer sceglie di trasformare la quinta stagione nel racconto di una singola giornata - forse la più importante. Le scorse puntate erano servite per mostrare che c'è vita oltre la cucina, raccogliendo critiche e pareri contrastanti, ma per chiudere il cerchio è necessario tornare all'origine. Tornare alla cucina per uscirne una volta per tutte. Con una maturità diversa, con la consapevolezza che in The Bear dolore e rabbia sono echi d’amore. Ora il destino del ristorante è appeso a un filo, Carmy ha preso la decisione di andarsene e l'ombra dei grandi cambiamenti è pronta a incombere. Nel suo ultimo slancio, la serie ci ricorda che la sua è una storia di legami. Una storia di pura, travolgente umanità che ci ha sempre fatto sentire meno soli.

Un'ode all'addio

Più che uno show sulla cucina, The Bear è stato uno show in cucina. Se la gastronomia è stata sempre strumento e linguaggio, il ristorante si afferma finalmente come luogo d'estasi e catarsi. Ed è curioso pensare che nel luogo in cui ogni secondo conta, il tempo sembri quasi viaggiare su binari completamente diversi. Regia e montaggio si fondono in nome della funzione narrativa, sentono il peso del tempo, ne riconoscono il valore e lo esaltano nella resa a schermo. Perché dove ogni secondo conta, conta anche quanto quel tempo vale (non solo per la durata dei singoli episodi o per la gestione del ritmo, ma anche per lo sviluppo stesso di un racconto in divenire).

Ciò che ha scandito il ritmo di the Bear è stata proprio la crescita dei personaggi, molto più del tempo che scorre. Un viaggio silenzioso nelle vite degli altri, nei luoghi della perdita e di chi rischia di perdersi, nelle piccole lotte quotidiane e nella speranza di ritrovarsi. Storer ha colto talmente bene il messaggio da rappresentarlo concretamente con una tempesta irrefrenabile. Come se la legge di Murphy si concretizzasse, perpetua, nella più reale delle conseguenze. Come uno scarico che trascina tutto con se, risucchiando le anime in lotta in un vortice di oblio e ossessione. Deliri e dolori, appunto, che si spengono come sigarette sotto la pioggia. Carmy lo aveva capito qualche tempo fa, per questo ci ha regalato una delle lezioni più importanti: non è un dramma tirarsi fuori da ciò che non ci fa stare più bene. Se volessimo intendere l'eco di quella promessa come una grande metafora, non c'è niente di male nel dirsi addio.

Let it rip

Nel portare in scena le contraddizioni, i contrasti e le difficoltà di un mondo che non perdona, The Bear si esalta come parabola umana che guarda al vivere moderno con profonda empatia. Non sono molte le opere che riescono a raccontare in modo così intimo lo splendido caos delle nostre piccole esistenze. Per questo ci innamoriamo di queste anime un po' dannate e un po' stravolte: in fondo siamo estremamente simili. Ci è voluto molto per arrivare al giro di boa, ma forse The Bear ci ha insegnato che è proprio quando le cose si mettono male che possiamo essere più umani. Alla fine non è quello che facciamo, sono le persone che amiamo a fare la differenza. E con qualcuno accanto anche le ombre più grandi possono fare meno paura.

Certe storie funzionano perché intrattengono. Altre perché riescono a lasciare qualcosa. The Bear lascia il cuore, ma lascia soprattutto un mondo di esperienze - e quindi di emozioni. Ci fa sentire migliori, in un modo o nell'altro. Forse persino un po' stupidi nell'emozionarci per un meraviglioso atto di finzione. Eppure non è mai stato così bello sentirsi problematici, immersi nel nostro personalissimo abisso di convinzioni e contraddizioni. L'atto stesso di avvicinarsi alla chiusura è un'apoteosi del sentire: la poesia di universi in tumulto, finalmente pronti a esplodere in un abbraccio. The Bear ci tiene davvero a ricordarci che alla fine va tutto bene. E se non va tutto bene, allora non è la fine. Let it rip.

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