The Gilded Age 4, la recensione: L'eleganza di chi non ha più nulla da dimostrare
Julian Fellowes e Sonja Warfield lasciano da parte la costruzione del mondo e affondano le mani nelle fragilità dei loro personaggi, in una stagione che sa essere sontuosa e sorprendentemente intima.
La quarta stagione di The Gilded Age è in onda dal 2 novembre su Sky e in streaming su HBO Max e NOW. Vi lasciamo la recensione priva di spoiler, senza anticipare nulla degli eventi che attendono i personaggi nei nuovi episodi, per lasciarvi il piacere di scoprirli, un colpo di scena alla volta, nel modo in cui questa serie merita di essere gustata.
Un'altra New York, la stessa Fifth Avenue
Chi segue la serie ritroverà il consueto dirimpettaio tra la casa dei Russell e quella dei Van Rhijn, due mondi che si osservano da una parte all'altra della strada. La nuova stagione riparte da un equilibrio fragile, in cui le ambizioni di una società in rapida trasformazione si scontrano con le vite private di chi la abita. Bertha Russell (Carrie Coon) e George Russell (Morgan Spector) devono fare i conti con le conseguenze delle scelte passate, mentre Agnes van Rhijn (Christine Baranski) e Ada Forte (Cynthia Nixon) continuano a convivere con un ordine domestico che nessuna delle due ha davvero digerito. Intorno a loro la nuova generazione, da Marian Brook (Louisa Jacobson) a Larry Russell (Harry Richardson), cerca il proprio posto in un mondo che pretende molto e concede poco.
Il punto di forza di questa impostazione è che la trama non ha fretta di dimostrare nulla. Le storie si intrecciano con naturalezza e ogni rivalità, ogni alleanza e ogni piccola ipocrisia mondana trovano spazio senza mai sembrare un esercizio di maniera. La serie conosce la propria forma e se ne serve con una disinvoltura che solo l'esperienza permette.
È una regia al servizio degli attori, che sceglie l'eleganza alla spettacolarità e trova nei salotti, nelle cucine e nelle scalinate il proprio palcoscenico ideale. Il ritmo è quello di un romanzo d'appendice che concede soste e digressioni senza smarrire il filo, e tale pazienza finisce per essere una delle qualità più apprezzabili dell'intera stagione.
Volti che parlano più delle parole
Il cast resta il vero motore dello show, e quest'anno sembra divertirsi ancora di più. Christine Baranski continua a fare di ogni battuta un piccolo capolavoro di sarcasmo, ma è nei momenti in cui lascia filtrare la vulnerabilità di Agnes che la sua prova si fa memorabile. Carrie Coon governa lo schermo con una determinazione che non scivola mai nella caricatura, mentre Morgan Spector restituisce un uomo logorato da pressioni che il pubblico comincia a comprendere davvero solo adesso.
Se c'è un limite, sta nella vastità stessa del cast, che costringe alcune linee narrative a procedere a rilento e alcuni personaggi a ritagliarsi spazi più ridotti di quanto meriterebbero. La storia di Marian e Larry, in particolare, rischia a tratti di girare su se stessa. È però un difetto contenuto, perché la scrittura di Fellowes e Warfield compensa con dialoghi brillanti, un umorismo asciutto e una sincera attenzione ai temi sociali dell'epoca, dalle ambizioni delle donne alle disuguaglianze razziali, trattati con leggerezza ma senza superficialità.
Il piacere di restare
Arrivati alla quarta stagione, The Gilded Age non ha più bisogno di conquistare nessuno e può permettersi di fare quello che le riesce meglio, ovvero intrattenere con classe. Non rivoluziona il genere e non vuole farlo, ma lo abita con una sicurezza che rende ogni episodio un invito a tornare in quel salotto, a sedersi accanto ai suoi protagonisti e a lasciarsi trascinare dai loro intrighi.