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The Long Walk, la recensione: Stephen King aveva previsto il futuro. Ma questa non è distopia, è la realtà

Una marcia senza sosta che diventa metafora feroce del presente: tra spettacolo e controllo, The Long Walk trasforma la distopia di Stephen King in uno specchio inquietante della realtà contemporanea.

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Panem e circenses. Vi dicono qualcosa queste parole? Era un motto dell’antica Roma, quell’idea che prevedeva che, per tenere buono il popolo, bisognasse assicurare loro il cibo e lo svago. Quello svago, lo sappiamo, erano i gladiatori, le arene, dei giochi molto violenti a cui venivano costretti gli schiavi, i prigionieri di guerra, i reietti, gli ultimi della società. Costretti a rischiare la vita per uno spettacolo per dei privilegiati. Panem, se lo ricordate, era anche l’immaginaria società americana del futuro immaginata da Hunger Games, che si rifaceva proprio all’antica Roma e ai giochi dei gladiatori. Il regista di alcuni film della saga, 

Francis Lawrence (The Hunger Games: La Ragazza di Fuoco e il dittico The Hunger Games: Il Canto della Rivolta) ora dirige The Long Walk, tratto dal primo romanzo del futuro re dell’horror, Stephen King, in sala il 23 aprile distribuito da Adler Entertainment. Ed è ancora una storia di “hunger games”, un gioco per affamati, per ultimi della classe, per disperati. Lawrence si conferma un regista particolarmente adatto a storie di questo tipo, alla distopia, alla metafora, alla brutalità della vita che è sì iperbole, ma anche profondamente legata alla realtà. Ma la storia fa anche parte di una poetica tipica di Stephen King. 

Chi si ferma è perduto

Cento ragazzi partecipano ad una competizione estrema conosciuta come The Long Walk: camminare senza mai fermarsi, mantenendo un’andatura costante. Chi rallenta riceve un ammonimento, al terzo errore viene eliminato …definitivamente. Solo uno sopravvivrà, conquistando un premio senza limiti.  Con il progredire della gara, lo sforzo fisico e psicologico si fa sempre più intenso, spingendo i concorrenti oltre ogni limite.

Il senso di Stephen King per la distopia

Stephen King è considerato il re dell’horror, certo. Ma nelle sue corde c’è anche la distopia. The Long Walk, in fondo, è vicino a The Running Man, uno dei suoi primi romanzi, ancora non firmato con il suo nome, che è diventato un film nel 1987, conosciuti in Italia con il titolo L’implacabile (il protagonista era Arnold Schwarzenegger) e di nuovo lo scorso anno, con il titolo originale. In entrambe le storie c’è una competizione, un gioco pericoloso che assicura grandi fortune al vincitore, ma che chi non vince paga con la vita. C’è uno sfruttamento della disperazione, del bisogno altrui, per fini di spettacolo, e, allo stesso tempo, di controllo da parte di un establishment che è totalitario.

Una lunga strada, una silenziosa protagonista del film 

Quello che colpisce, di questo The Long Walk, è l’assoluta nudità della confezione. Non ci sono gli orpelli tecnologici, futuristici e mediatici (si intuiscono le telecamere, si capisce che c’è un Paese che guarda, ma non vediamo mai cosa c’è intorno) di The Running Man. Non ci sono i lustrini e i costumi beffardamente sfarzosi di The Hunger Games e tutto il circo costruito attorno ai giochi. La cosa bella è che non vediamo mai la società intorno alla gara, possiamo solo immaginarla. In scena ci sono solo degli uomini (nella storia non c’è nessuna donna, se non una madre dolcissima che appare tre o quattro volte), una strada, interminabile, aguzzini e carri armati pronti a spronarli e giustiziarli. E quella lunga strada, con il nulla, o quasi, attorno, è una protagonista del film.

Come in un romanzo di Steinbeck 

Non siamo in un futuro tecnologico, ma in un presente ucronico, un passato prossimo, o un medioevo prossimo venturo. Potremmo essere ai nostri giorni, con un mondo che è tornato indietro. Potremmo essere negli anni Ottanta, o nei Sessanta. Ma anche negli anni Trenta di un romanzo di Steinbeck. È da lì che sembrano usciti quei ragazzi che vediamo nel film. Sono vestiti in maniera povera, con abiti da lavoro, o con residuati da uniformi militari. Quella strada, quella condizione di homo homini lupus in cui sono precipitati può portarli in due direzioni: quella di sfidarsi a vicenda, o quella di unirsi in una solidarietà, in una fratellanza. 

Come sappiamo, l’umanità nelle situazioni di emergenza può dare il suo meglio, o il suo peggio.

Travestito da B Movie c’è un film attuale e politico

Confezionato come un perfetto B Movie di qualche anno fa, The Long Walk è in realtà un film pieno di contenuti, di spunti. È un film doloroso, non solo per l’assunto di base, ma anche per un finale a sorpresa che spinge ancora di più il film verso il dramma. Stephen King, tanti anni fa, ci aveva visto giusto. Il punto è che un film come questo, girato oggi, non è neanche più distopia. È cronaca. Le disparità estreme tra le persone, l’ingiustizia sociale, le continue violazioni dei diritti umani e la restrizione della democrazia, proprio dove la democrazia esiste, sono ormai all’ordine del giorno. E allora, se questa storia, letta tanti anni fa, poteva essere un ammonimento verso la direzione che avrebbe potuto prendere il mondo, vista oggi non ti fa nemmeno pensare a dove potremmo arrivare tra qualche anno. Perché ci siamo già. E questo non fa altro che raccontare quanto la realtà oggi superi continuamente l’immaginazione, e quanto sia difficile, oggi creare qualcosa che non sia stato già visto.

Come la Palestina, come l’ICE in America

In questo senso, assistere ad alcune scene di The Long Walk è semplicemente raggelante. Ed è per questo che un film simile non va sottovalutato. Vedere uomini armati abusare continuamente, brutalmente, di uomini inermi, vedere soldati freddare senza scrupolo e pietà uomini sfiniti e disarmati è assistere a quello che accade quotidianamente in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, a opera dell’esercito israeliano e dei coloni armati. Se avete visto la copertina de L’Espresso con il soldato che si prendeva gioco di una donna palestinese avrete chiaro il tutto. Anzi, qui è più leggero perché i soldati almeno non ridono, e non scherniscono le vittime. E poi, vedere quella famiglia, assalita in casa da gruppi armati, divisa, dilaniata, giustiziata a sangue freddo, in quella che è una guerra civile, uno scontro fratricida tra persone dello stesso Paese, ci porta inevitabilmente alle tante scene dell’ICE all’opera in America. Anche qui il riferimento esiste, ed è ben preciso. Pensiamo alla foto "Separati dall’ICE" di Carol Guzy che ha vinto il World Press Photo. È un'immagine, che immortala il momento straziante in cui una famiglia ecuadoriana viene separata dagli agenti dell'ICE. Avete capito, allora, di cosa stiamo parlando. The Long Walk è un gran film. Ma non è distopia. È la realtà.

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