The North Water, la recensione
La nostra recensione di The North Water, cupo affresco artico in cui natura e civiltà si scontrano senza reali vincitori
La vicenda narrata dalla serie, prodotta da quella See Saw che già ci aveva regalato titoli viscerali come Shame e Hunger sul grande schermo, vede contrapposti due poli antitetici: l’istruito medico irlandese Patrick Sumner (Jack O’Connell), caduto in disgrazia poiché capro espiatorio di una disgraziatissima missione in India, e il brutale arpioniere Henry Drax (Colin Farrell), animato unicamente dai propri istinti ferini. La scelta dei nomi è tutt’altro che casuale, poiché rimanda da un lato alla ferocia del drago (drax, appunto, in latino) e dall’altro al ruolo di sciamano (summoner significa “evocatore” in inglese) in cui il dottore si troverà calato suo malgrado.
Lo scontro tra l’ipocrisia della civiltà e la violenza della natura viene a lungo rimandato nel corso dei cinque episodi che compongono la stagione, ma il dualismo forma la base su cui viene costruito il microcosmo di personaggi che orbitano attorno a Sumner e Drax. Ed ecco che l’allontanarsi dalle coste inglesi corre in parallelo al distacco progressivo dalle leggi del vivere civile, precipitando i protagonisti in un nero turbine di sangue e atrocità.
La regia di Andrew Haigh alterna con sapienza i claustrofobici interni della Volunteer, cornice di volti segnati e sporchi illuminati dalla fioca fiamma di lampade a olio, e gli sterminati paesaggi artici in cui la presenza umana risulta quasi infinitesimale, a evidenziare sapientemente l’impotenza dell’uomo di fronte alla vastità di un paesaggio ostile. Con l’occhio attento di un pittore d’altri tempi, Haigh dipinge sequenze di cruda bellezza, perturbanti sia a livello estetico che emotivo (basti pensare all’esplosione di sangue sul ghiaccio per l’uccisione della balena).

Sulle ottime prove attoriali dei comprimari si stagliano le interpretazioni di O’Connell e Farrell; la gravosa cappa di senso di colpa del primo, vanamente soffocata dalla carezza effimera del laudano, evolve man mano in un rabbioso rancore, che deflagra nelle grida disperate del giovane medico immerso nella tempesta di neve, faccia a faccia con l’unico nemico che gli sia rimasto. Una climax lenta ma inesorabile, che l’attore britannico ritrae con raffinata essenzialità.
Assai più barocca è la performance di Farrell, irriconoscibile nel lerciume (fisico, morale, verbale) in cui modella il suo Drax. Non c’è lo sguardo del pazzo a metterci in guardia, e la belva sa ben mascherare all’occorrenza i propri artigli; l’arduo compito di ritrarre un criminale senza coscienza ma non certo privo d’intelletto riesce alla perfezione alla star irlandese, fabbro di una maschera tragica che affascina e repelle con la medesima efficacia.
Forte di questa lezione, Sumner rientrerà nella società degli uomini in tempo per assaporare una vendetta cruenta un tempo impensabile per lui. “Vivere significa soffrire”, ci suggerisce il titolo dell’episodio finale della serie, e questa sofferenza nasce dalla necessità di adattarsi a regole crudeli che fanno da ponte tra istinto e razionalità, follia e lucidità. In questo senso, l’affondamento intenzionale della Volunteer riecheggia l’assassinio del giovane mozzo Hannah (Stephen McMillan); tanto la nave quanto il ragazzino sono vittime inermi della spietata bramosia dell’uomo.
Non c’è vincitore, dunque, nello scontro tra natura e civiltà; ciò che si para davanti ai nostri occhi è solo il candido ghiaccio artico tramutato in palcoscenico di carneficina, un eccidio che porta sì il marchio della bestia Drax, ma anche del rispettabile imprenditore Baxter. Sebbene entrambi trovino, per mano di Sumner, definitiva punizione per i loro crimini orrendi, allo spettatore non può bastare un così tenue balsamo per lenire la consapevolezza che certe dinamiche continueranno a ripetersi.