Tienimi presente, la recensione: una lettera d'amore per tutti i sognatori nel cinema

L'esordio di Alberto Palmiero è una riflessione sulla vita e sulla ricerca del proprio posto nel mondo

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L'aneddoto è ormai talmente noto e romantico che, per parafrasare la memorabile linea dialogica de L'uomo che uccise Liberty Valance di John Ford – "Qui siamo nel West dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda" –, è esso stesso diventato una piccola ma grande leggenda del cinema italiano. Perché in effetti sembra davvero l'inizio di un racconto di formazione l'aneddoto secondo cui, nel lontano ma non troppo 1991, un poco più che ventenne Paolo Sorrentino scrisse a Massimo Troisi mosso dal desiderio pungente di avere il cinema come unica e sola ragione di vita. Ad oggi non è chiaro come e se Troisi abbia mai risposto a Sorrentino. Sappiamo, però, cosa ha rappresentato – e continua a rappresentare – il percorso registico di quest'ultimo per il cinema italiano. 

Ecco, con le dovute cautele e senza per questo caricarlo di responsabilità che di certo non riguardano un esordiente, ma chissà che non possa andare così anche per Alberto Palmiero la cui bella opera prima – Tienimi presente, insignita del premio Migliore Opera Prima alla XX° Festa del Cinema di Roma, prodotta da Kavac Film e Rai Cinema e in sala con Fandango dal 26 febbraio – ha visto il suo viaggio produttivo e artistico partire proprio da una corrispondenza altrettanto romantica e non meno importante. Una lettera che Palmiero ha spedito a Marco Bellocchio e ai suoi collaboratori della Scuola di Cinema di Bobbio che chi l'ha letta giura essere stata quando di più vicino a un'ultima chiamata prima di abbandonare il sogno di diventare regista. 

La fine è il principio

Per quanto possa suonare strano ma è questa stessa coltre esistenziale percorsa di malinconia e di sogni che se non spezzati si potrebbero definire allontanati perché troppo dolorosi e irraggiungibili la sostanza di cui è fatto Tienimi presente; che per certi versi ha un ché di ironico se ci si sofferma un attimo. Ci ritroviamo, infatti, dinanzi a un esordio che racconta di quello che ha tutta l'aria di essere il tramonto prematuro di un regista in erba. Un autore non ancora sbocciato e disilluso – strozzato dagli eventi contrari e dalle frustrazioni – e autoconvintosi che il cinema non abbia più nulla da offrirgli perché non ancora riuscito a realizzare il suo primo lungometraggio: ovvero di quella ragione ontologica che renderebbe degna la vita. 

Un qualcosa che detta in questi termini potrebbe quasi sembrare un'assurda frase fatta, ma che in realtà è quanto di più vero possa esserci per chi si è lasciato avvolgere dal cinema come un'ossessione in modo benevolo e sincero. Come aveva suggerito – e bene – Francesca Comencini in quella preziosa lezione insegnataci tra le pieghe narrative dell'altrettanto autobiografico Il Tempo che ci vuole – "Prima la vita e poi il cinema. Se non lo capisci è inutile che lo fai il cinema" – è attraverso la vita lontano dal set e dalle fantasie su carta delle pagine di sceneggiatura, quella che parla di cene in famiglia, di birre con amici, baci inaspettati e cani adottati, che Palmiero ritrova sé stesso e l'ispirazione che sembrava essersi sopita.

Un esordio da supportare

Questo ci conduce dritti a quello che di Tienimi presente è il tratto distintivo e la specialità: il suo registro filmico. Non si tratta, infatti, di una semplice e più comune opera autobiografica in cui il regista si affida a un alter-ego così da creare un piccolo ma a volte necessario dislivello cognitivo fra storia vera ed eventi raffigurati, ma un'opera in cui è lo stesso Palmiero a muoversi sulla scena. Il suo è un doppio ruolo, dietro come davanti la macchina da presa, che nel ricostruire mediante il mezzo cinematografico un momento cruciale del suo percorso di vita attraverso un linguaggio che ibrida l'immediatezza del documentario con le logiche della finzione narrativa, finisce non solo con l'elaborarlo in termini di catarsi e taumaturgia, ma anche a cristallizzarlo così che diventi un vero e proprio manifesto generazionale. 

Una vera e propria traslazione filmica dal particolare del singolo all'universale della collettività come soltanto le grandi narrazioni sanno fare e che in Tienimi presente si traduce in un racconto di formazione in cui tutti – creativi e non – possono riconoscersi. Perché per quanto possa essere facile pensare che un'opera del genere, intima, autobiografica e meta-cinematografica nella sua valenza più spirituale, possa rivolgersi solo e soltanto a cinefili e cineasti, la verità è che è molto più vasta la platea di riferimento. Tienimi presente parla ai malinconici e sensibili, a chi continua a cercare il proprio posto nel mondo e a chi attraversa o ha attraversato un periodo difficile e vorrebbe soltanto fermarsi, guardarsi indietro e schiarirsi un attimo le idee. Un esordio impegnativo, pieno di vita e sentimento, a cui il pubblico è chiamato a dare fiducia e quel supporto riservato soltanto ai grandi eventi cinematografici; categoria in cui, nel suo piccolo, Tienimi presente vi rientra in pieno.

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