Tokyo Kaido 1, la recensione
Abbiamo recensito per voi il primo numero di Tokyo Kaido, manga di Minetaro Mochizuki
Hashi ha diciannove anni e, in seguito a un incidente, convive con un frammento di automobile conficcato nel cervello, a causa del quale ha un disturbo che lo porta a dire ad alta voce tutto quello che pensa. Hana, invece, ha ventuno anni e soffre di frequenti orgasmi involontari; Mari di anni ne ha sei e crede di vivere da sola al mondo, perché il suo cervello le impedisce di vedere gli altri esseri umani; e infine c’è Hideo, che ha dieci anni ed è convinto di essere in contatto con gli alieni e di avere dei super poteri.
Il lettore si trova di fronte a situazioni grottesche dalle quali emerge l’impossibilità per queste persone di instaurare relazioni e trovare il proprio posto in un mondo che li esclude – Hashi a causa delle sue affermazioni incontrollate, Hana per le difficoltà nel fare anche le cose più banali e Hideo vessato dai compagni di scuola per le sue stranezze – e dal quale sono avulsi per loro stessa natura, come nell’estremo caso di Hana, letteralmente privata del contatto umano.
L’unico momento in cui le sensazioni dei personaggi vengono rese esplicite è quello dedicato al fumetto disegnato da Hashi. Rappresentandosi con le fattezze di un mostro, il personaggio racconta tramite una storia fittizia quella che è la sua condizione di escluso, di diverso, di reietto e fa sorgere nel lettore la domanda: sono questi ragazzi i veri mostri?
Con il suo stile di disegno inconfondibile, minimal e preciso, e tramite le inquadrature dei gesti, come le mani che tremano o le spalle che si incurvano, l'autore permette ai personaggi di esprimersi nonostante l’evasività dei loro sguardi.
Citando la quarta di copertina, Tokyo Kaido è la ricerca di un “equilibrio in una vita folle”, un racconto dell'indagine di se stessi in un mondo ostile fatto di esclusione e di abbandoni nel quale non sembra esserci spazio per la diversità.