Tótem - Il mio sole, la recensione
Attraverso lo sguardo irrequieto della sua piccola protagonista, Tótem - il mio sole evita l'effetto ricattatorio, ma rimane prigioniero della propria semplicità
La nostra recensione di Tótem - Il mio sole, al cinema dal 7 marzo
La regista Lila Avilés, al secondo lungometraggio, iscrive la storia in un contesto socio-culturale preciso (il Messico che mescola modernità tecnologia e riti ancestrali), che viene però lasciato sullo sfondo, da far emergere con pochi ma incisivi dettagli. L'attenzione è sui personaggi e le loro relazioni, l'obiettivo consiste in un'immersione immediata nel microcosmo al centro delle vicende, che passa soprattutto attraverso lo sguardo inquieto della protagonista. Priva di qualunque innocenza o candida gioiosità, Sol si interroga sulla morte, guarda cosa le accade intorno con fare sospetto, non coinvolta dall'atmosfera di festività che i suoi parenti vorrebbero creare. Mettersi alla sua altezza non significa infatti infatilizzare il racconto con scopo ricattatorio: insomma, l'effetto Belfast è saggiamente evitato.
Così come, per fortuna, Avilés non fa leva sui due elementi di base potenzialmente devastanti (malattia + difficili condizioni economiche) per imbastire un racconto strappalacrime: il suo sguardo è sempre asciutto e lucido, vicino ai personaggi ma mai pietistico nei loro confronti. Lo si evince soprattutto dalle precise scelte di messa in scena: quando ad esempio c'è un passaggio molto forte emotivamente, la macchina da presa fa un passo indietro, non indugiando sul dolore. Il risultato è allora un film genuinamente intimo e intenso… quanto meno nella prima parte.