Un anno di scuola, la recensione: Crescere e innamorarsi a Trieste
A Trieste, tra amicizia e desiderio, una ragazza sfida un mondo maschile: un intenso romanzo di formazione che racconta crescita, identità e squilibri emotivi con sguardo autentico e sorprendente freschezza.
“Hai mai fatto caso che se metti una mela tra i kiwi, questi maturano prima? Tu sei la mela. Matureranno anche loro”. È quello che dice il padre a Fred, una ragazza svedese che si trova, unica donna, a frequentare un istituto tecnico di Trieste. È un momento molto intenso di Un anno di scuola, il film di Laura Samani, tratto dal racconto omonimo di Giani Stuparich, presentato al Festival di Venezia nella sezione Orizzonti, e ora in uscita al cinema con Lucky Red. Fred, in quel momento, non è molto soddisfatta della metafora del padre. Ma uno dei sensi del bellissimo film di Laura Samani può essere questo: le ragazze maturano prima dei ragazzi, e, a quell’età, oltre a crescere in una società che è comunque maschilista e patriarcale, si trovano a soffrire anche una certa immaturità dei maschi. Un anno di scuola è uno straordinario romanzo di formazione collettivo, un racconto generazionale girato in una Trieste mai vista finora al cinema. Un film da non perdere assolutamente.
Trieste, tre amici e una ragazza
Settembre 2007. Siamo a Trieste. Fred, diciottenne svedese esuberante e coraggiosa, arriva in città, insieme al padre che è lì per lavoro, per frequentare l’ultimo anno di un Istituto Tecnico. Si ritrova ad essere l'unica ragazza in una classe di soli maschi e catalizza l'attenzione di tutti i ragazzi. Che, a questa età, non sono certo dei cavalieri. In particolare, entra in contatto con tre amici, che si chiamano rigorosamente per cognome, come si fa ai tempi della scuola: Antero, affascinante e riservato, con una passione per la letteratura; Pasini, seduttore istrionico, ma con un vuoto da colmare nel cuore; Mitis, bonaccione protettivo, leader, un po’ un nuovo Garrone del libro Cuore. L'arrivo di Fred sconvolge la loro relazione, mettendo a dura prova la loro amicizia. Mentre ognuno di loro la desidera segretamente per sé, Fred vuole essere ammessa nel gruppo, ma le viene chiesto continuamente di sacrificare qualcosa di sé per diventare una di loro.
Un film che profuma di Nouvelle Vague
Un anno di scuola è un film straordinariamente fresco, immediato, pieno di naturalezza e verità. Guardandolo ci viene subito in mente la Nouvelle Vague, soprattutto Truffaut, per la leggerezza e il realismo del racconto. Ma nel film di Laura Samani ci troviamo anche un po’ di Linklater e di Kechiche, ma senza certi suoi eccessi. Come tutti questi autori, Laura Samani riesce ad allargare i tempi e i luoghi del suo cinema per farci entrare la vita, quanta più vita possibile, e ad avvicinare quanto può la finzione alla realtà, fino quasi a farle toccare. È bello quando il cinema scorre naturale come la vita, ed è sempre più raro trovare un cinema di questo tipo. Quando accade è una fortuna. Guardate la scena del bacio attraverso i vetri dell’ex posto della dogana. È puro Linklater o pura Nouvelle Vague. Che poi, lo abbiamo capito guardando il suo ultimo film, è la stessa cosa. E poi ci sono le corse dei ragazzi come in Jules Et Jim e, come in quel film, ci sono quattro persone, invece che tre, che vivono in simbiosi. E poi quel piano sequenza finale, in cui Fred cammina da sola verso il futuro, o l’ignoto, come l’Antoine Doinel de I 400 colpi andava verso il mare in quel famoso finale.
Stella Wendick e un cast eccezionale di esordienti
Fred è l’esordiente Stella Wendick, ed è eccezionale per come riesce a dare vita al suo personaggio. È una bellezza naturale, non costruita: nessuna sovrastruttura, nessun vezzo, nessun abbellimento. È perfettamente credibile nel ruolo di una ragazza della sua età, e anche di una giovane donna capace di entrare, non senza difficoltà, in un mondo di uomini. Ma sono bravissimi tutti gli attori principali: Giacomo Covi è Antero, il romantico e l’artista del gruppo, convinto che “quando qualcosa è felice ce lo teniamo, quando è triste ci scriviamo su”, e ha vinto a Venezia il premio Orizzonti per il miglior attore; Pietro Giustolisi è Pasini, bello e sicuro di sé, ma solo in apparenza; Samuel Volturno è Mitis, una sorta di collante del gruppo. Il fatto che siano tutti esordienti ci aiuta a identificarli completamente con i loro personaggi, a far sì che ci sembri di vedere proprio quei ragazzi e non degli attori che li interpretano. E questo giova molto al film. Ma crediamo che tutti abbiano un futuro e vogliamo vederli ancora in altri ruoli e in altre storie. Anche lontano da Trieste.
Trieste: finalmente protagonista e non sfondo
Ma intanto sono perfetti qui. A Trieste, con la loro parlata in dialetto o in italiano, ma con la cadenza triestina. Perché Un anno di scuola è anche questo, è un film triestino, dove Trieste, finalmente, non è solo sfondo, ma protagonista della storia. L’abbiamo vista spesso al cinema in questi anni. Ma a volte è diventata New York, a volte Fiume, a volte sfondo di storie di supereroi, a volte è stata se stessa, ma per storie che potevano accadere ovunque. Qui è semplicemente lei, Trieste, città cinematografica come poche altre, che non ha neanche bisogno di sfoggiare le sue vedute più classiche. Ma sai che sei lì, sai che Trieste c’è. È come se fosse una bella donna che non abbia più bisogno di truccarsi per farsi notare, ma potesse mostrarsi nella sua bellezza naturale. Laura Samani, triestina, coglie finalmente l’anima di Trieste, la sua essenza.
Le cose per cui vale la pena vivere a Trieste
E così se Woody Allen in Manhattan enunciava le cose per cui vale la pena vivere, Un anno di scuola ci ricorda le cose per cui vale la pena vivere a Trieste. Barcola, el Molo Audace, le alte, el Carso, le birrerie, el bar Merda, andar in Yugo, el Capo in B, le canzoni triestine, come El Tram De Opcina e Marinaresca, gli amici che ti restano, i saliscendi di una città unica. E molti altri che vi lasciamo scoprire guardando questo film. C’è anche il senso per la musica, che qui è quella di tutta la regione Friuli-Venezia Giulia: Gian Maria Accusani (Pordenone) ed Elisa (Monfalcone), cantano sui titoli di coda una nuova versione di Più niente dei Prozac+, c’è la dance ipnotica del friulano Robert Miles e Fortunello dei Tre Allegri Ragazzi Morti da Pordenone, di cui Antero sfoggia una maglietta. E tutto questo sta benissimo in un film che è anche un po’ punk.
Corpi maschili e corpi femminili
E così torniamo a lei, a Fred, l’elemento femminile del film, il cuore di tutto. Il personaggio con cui si identifica Laura Samani. Il senso del film ce lo spiega benissimo lei, nelle note di regia. “Esiste un’asimmetria profonda e radicata nel modo in cui percepiamo uomini e donne. I corpi maschili - nella loro conformazione, andatura e abbigliamento - trasmettono potere e capacità, mentre quelli femminili comunicano ciò che si può o non si può fare loro. Questa percezione finisce spesso per diventare una regola sociale: gli uomini agiscono, le donne semplicemente appaiono. Da adolescente, ho trascorso la maggior parte del tempo con un gruppo di tre maschi. Essere l’unica femmina mi sembrava un privilegio, ma comportava anche pressioni invisibili: loro potevano dire tutto ciò che volevano, mentre i miei desideri venivano percepiti come una minaccia. Mi trovavo di fronte a una scelta difficile: esprimere ciò che sentivo, rischiando l’esclusione, oppure tacere per essere accettata.
Questo film racconta le sfide di crescere come giovane donna in un mondo dominato dagli uomini, dove il corpo e i desideri possono facilmente diventare armi rivolte contro di te”. Ed è proprio così. Perché qualsiasi casino sentimentale viene addebitato alla donna, la colpa è sempre sua, gli epiteti, le scritte sui muri, sono sempre destinate a lei. Le abbiamo viste quando eravamo giovani. E probabilmente è ancora così. A proposito, lo sguardo di Laura Samani sui corpi, maschili e femminili, è delicato e allo stesso tempo in grado di farci arrivare quella vitalità tipica della loro età. E niente. E dopo che te vedi sto film co xè un pochi de anni che te son lontan de casa, te vien voja de tornar subito là. Te vien voja de tornar a parlar triestin. Vedendo sto film te vien anche un poco de pianzer. Bon, desso ‘ndemo avanti.