Venezia 69: The Company You Keep, la recensione
Robert Redford prova a raccontare le ragioni dell’attivismo americano degli anni ‘70 con un thiller di media fattura...
Un Robert Redford che corre, prima semplicemente come passatempo, jogging mattutino, poi perché braccato dalla polizia in mezzo al bosco, difficilmente lo vedremo ancora dopo The Company You Keep, sua ultima fatica sia da regista che da attore.
Il passato ritorna quando non lo si è seppellito come si deve e così accade ad un avvocato di Albany che si trova improvvisamente al centro dell’indagine di un giovane giornalista locale. E’ lui l’uomo che circa trent’anni fa ha sparato ad una guardia giurata durante una rapina in banca fatta da una banda di anarchici un tempo pacifisti anti guerra del Vietnam? Scappare e provare la sua innocenza diventa la sua grande missione, soprattutto per continuare a potersi prendere cura della sua piccola figlia a cui è morta la mamma solo un anno prima...
“Se fossi vissuto trent’anni fa, un ragazzo in gamba e con del sale in zucca come te avrebbe aderito a quel movimento”. E per movimento si intende quello dei pacifisti. Così il personaggio di Redford si rivolge a quello di LaBoeuf dopo qualche minuto di film. Parlare alle coscienze di ognuno di noi cercando di risvegliarne l’impegno se non politico, quanto meno civile: è sempre attorno a questo tema che si sviluppano tutte le ultime pellicole di Redford e la morale purtroppo non manca neanche questa volta, nonostante la struttura da thriller della storia, basata sull’omonimo libro di Neil Gordon.
Riguardo le performance degli attori, detto di un Redford che non ha più il physique du rôle per parti del genere, Shia LaBoeuf rimane insipido quanto basta da risultare anonimo, quasi come al solito verrebbe da dire. Passano gli anni, ma ad oggi la sua unica vera interpretazione di rilievo rimane Guida per riconoscere i tuoi santi. Non sarà un po’ pochino per un ex bambino prodigio?