Venezia 69: The Iceman, la recensione
Michael Shannon dimostra ancora una volta la sua mostruosa bravura interpretando uno dei killer più violenti della storia degli USA...
I film sui serial killer sono un grande classico della cinematografia. Con Hannibal Lecter e Il Silenzio degli innocenti, poi, l’idea di farli dal punto di vista dell’assassino è diventata una pratica sempre più interessante. Da dove nasce il male? E’ in qualche modo giustificabile?
Per raccontare la sua storia Ariel Vromen e il suo team di sceneggiatori si sono basati sul libro The Iceman: the True Story of a Cold-Blooded Killer scritto da Anthony Bruno, invece che seguire l’autobiografico Confessions of a Mafia Contract Killer che lo stesso Kuklinski firmò assieme a Philip Carlo mentre era detenuto in carcere in attesa di testimoninare contro alcuni dei suoi ex datori di lavoro.
Su quest’altro libro era attesa la realizzazione di un film con Mickey Rourke protagonista e produttore (fu annunciato a Toronto nel 2010) di cui però tuttora non se ne sa nulla. Forse bruciati sul tempo, il primo film su Iceman a venire alla luce è questo lungometraggio con Michael Shannon protagonista. Molto è stato semplificato rispetto agli eventi reali, non solo sono stati cambiati i nomi di alcune delle persone che gli gravitavano incontro, ma lo stesso Iceman è reso più “accettabile”. E’ una persona inquietante e violenta, ma non lo si vede mai picchiare la moglie (come invece accadde) o assumere atteggiamenti sadici davanti alle vittime. Alla fine si fa persino il tifo per lui.