Venezia 69: The Master, la recensione [1]
The Master, uno dei film più attesi del Festival di Venezia, segna un passo falso nella filmografia dell'apprezzato Paul Thomas Anderson...
Era il film più atteso del festival. Ed è stato una delusione. Non una delusione totale visto che parliamo di un regista, Paul Thomas Anderson, in grado di dirigere e scrivere come pochi cineasti contemporanei, ma sicuramente parziale. In pochi, forse nessuno, scriveranno che è un capolavoro, diversamente da quanto accadde cinque anni fa con Il Petroliere.
Il grande problema di The Master è che gira a vuoto. E’ chiaro che al centro del film ci sia l’ambizione di raccontare, partendo dal caso singolo, il come si possa manipolare una persona attraverso la creazione di falsi miti e illusioni, ma quello che normalmente è un espediente narrativo in grado di funzionare prende qui così tante derive e parentesi che finisce con il perdere qualsiasi forza comunicativa.
I due personaggi di Anderson sono troppo imprevedibili e imperscrutabili per potere essere compresi. Da una parte così si evitano banalità e cose già viste, ma dall’altra non si capisce bene perché si dovrebbe essere interessati a tutto questo. Anche l’occhio di Anderson, inizialmente molto ispirato (la prima parte del film è stilisticamente perfetta) perde gradualmente di forza finendo con il non regalare alcuna immagine degna di un particolare ricordo, neanche nel finale. Mentre in Il petroliere il rapporto tra i due personaggi terminava con un’esplosione di violenza forse immotivata, ma che comunque tirava le fila di una suspense accumulata per tutto il resto del film, qui l’epilogo è più moscio che mai, segno che non si è riusciti a costruire niente di veramente interessante nelle due ore precedenti.