Vita di Pi, la recensione
La storia della storia di un naufragio, tratta da un romanzo di Yann Martel giudicato impossibile da adattare, e con buona ragione...
Che Ang Lee sia uno dei cineasti più versatili del panorama mondiale, non siamo certo noi a doverlo rivelare al mondo. Basta dare un'occhiata alla sua filmografia per rendersi conto di quanto il suo talento sia sostanza malleabile a seconda della storia che ha tra le mani. Nel corso degli anni, è passato dal raccontare l'Inghilterra d'inizio Ottocento del lirico Ragione e Sentimento alla Cina leggendaria di La Tigre e il Dragone, passando per gli Stati Uniti anni '70 di Tempesta di Ghiaccio e quelli, poco antecedenti, di Brokeback Mountain. Se dovessimo rintracciare un filo conduttore in questo lungo viaggio alla scoperta dell'universo e del tempo operato da Lee, lo potremmo ravvisare nella frequente fascinazione dimostrata nei confronti dell'elemento paesaggistico e nell'alternanza della natura come forza protettrice o distruttrice. Inquadrare il paesaggio ha spesso dato modo a Lee di raccontare altro, rendendo il singolo scenario o fenomeno atmosferico metafora non troppo celata del mondo sentimentale dei suoi protagonisti.
Dicevamo, la storia della storia di un naufragio: perché in fondo ciò che si svela sotto i nostri occhi è semplicemente il racconto che Pi, il sopravvissuto, fa allo scrittore. Alla luce di questa considerazione, la metafora naturalistica assume uno spessore ancora maggiore, perché se è vero e provato che una terribile tempesta ha fatto naufragare il giovane indiano, sul resto dei fenomeni naturali da lui narrati è opportuno - perché esplicitamente suggerito dall'autore - far calare un velo di dubbio. Ed ecco seguire il racconto man mano con occhio meno incollato al realismo e più proiettato in una prospettiva simbolica, in un'allegoria di cui fino all'ultimo minuto potrebbe sfuggire il senso.
Vita di Pi non è un film perfetto, anzi: se da una parte il gusto visivo di Lee per ogni inquadratura è di una bellezza tanto estrema da sfiorare, in alcuni punti, i picchi della videoarte, la sceneggiatura risulta troppo retorica e, a tratti, ingenua per poter convincere davvero lo spettatore. Il fatto poi che il dilemma principale di Pi, mentre se ne sta nel Pacifico in compagnia di una tigre affamatissima, sia di natura strettamente religiosa non aiuta molto il coinvolgimento dell'ormai smaliziato pubblico del Nuovo Millennio. Dio è misericordioso? Non lo è? Tocca crederci? Dubbi complessi e anche interessanti, che tuttavia vengono sollevati un po' a caso durante il film, dando vita a soliloqui che, più di una volta, rischiano di far comparire un sorriso sarcastico sul volto di chi guarda.