FILM

Wild Horse Nine, la recensione: l'apoetosi autoriale di Martin McDonagh

Con il suo ultimo film, fra i candidati più promettenti in concorso a Venezia 83, il regista e sceneggiatore irlandese riesce (ancora una volta) a superarsi. Siamo di fronte alla miglior sceneggiatura dell'anno?

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"Forse avrei dovuto uccidere qualche persona in meno e passare più tempo con i cavalli". Con questa frase, Martin McDonagh chiude il suo ultimo film e lascia che due ore di deliri e dolori travolgano lo spettatore, spingendolo a riflettere sul significato profondo di una sceneggiatura semplicemente magistrale. Perché alla fine, più della qualità delle immagini e delle scelte registiche, conta soprattutto come si scrive - specialmente nel periodo in cui Hollywood fa più fatica a trovare storie di valore. Non sarebbe esagerato definire Wild Horse Nine come una delle opere più brillanti e ispirate degli ultimi anni: attingendo dalle fonti più iconiche del suo cinema, McDonagh ha trovato il modo di unire politica, dramma, commedia e buddy movie in un'opera pronta a diventare apoteosi del suo cinema.

La pellicola, in concorso all'83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e in uscita il prossimo 5 novembre con Walt Disney Italia, richiama echi delle pellicole che hanno segnato la carriera dell'autore irlandese e rivela influenze ancor più profonde, da Pinter a Beckett. Tutto frutto di quel fil rouge che lega da sempre teatro e cinema, quel legame sottile che ha segnato la vita di McDonagh cambiandola per sempre. Wild Horse Nine emerge così come una storia di tumulti, un ritratto spietato dell'America di ieri (e di oggi): un film che inizia con la cavalleria e muore con gli indiani, per sfruttare le parole del personaggio interpretato da un imponente John Malkovich. Un racconto di puro cinema, tanto dolce nel raccontare l'amore quanto spietato nel criticare il sistema.

Due agenti fanno i conti con la fine

Una scena di Wild Horse Nine - ©Searchlight Pictures

Prima che un racconto antisistema, a detta degli stessi produttori, il nuovo film di McDonagh è effettivamente una storia di legami. I protagonisti sono due agenti della CIA, abituati a non fidarsi di nessuno se non di se stessi. Mastini del sistema costretti a (e)seguire gli ordini in un contesto politico stravolto dalla Guerra Fredda. Le critiche all'America contemporanea emergono quasi subito, mostrando gli orrori perpetrati senza remore da chi non ha mai avuto paura di interferire in affari internazionali per il proprio tornaconto. Lecito chiedersi se in questo mondo pessimista, fatto di giochi di potere e continui voltafaccia, sia ancora possibile scegliere il bene: McDonagh risponde a modo suo, con una morale spietata che non fa sconti a nessuno.

Ancora una volta un rapporto tra due uomini difficili, ancora una volta la morte come strumento in grado di stravolgere potere e coscienza: Wild Horse Nine esalta al massimo lo stile dirompente del suo autore, legando fra loro alcune sfumature di In Bruges e Gli Spiriti dell'Isola in un contesto ben più violento e brutale - vicino al caos di 7 psicopatici. Ma è proprio nei momenti in cui la follia potrebbe esplodere che emerge la sensibilità di un autore generazionale: McDonagh possiede la rarissima capacità di trasformare cinismo e dolore in scintille di pura genialità, con un umorismo tanto nero quanto l'anima dei suoi personaggi. Il regista osserva con amarezza la corruzione delle coscienze, sfruttando il surreale e il delirante come mezzo di rappresentazione di una realtà in preda alle ombre. È l'emblema, forse definitivo, di una Venezia che va controcorrente e che sceglie di muoversi senza paura in territori assai più politici rispetto al resto del mondo.

Una storia che sa dove guardare

John Malkovich in una scena di Wild Horse Nine - ©Searchlight Pictures

Nel contrasto tra un mondo da sogno e una realtà da incubo, il film trova un equilibrio sorprendente tra la voglia di intrattenere e la necessità di restare fedele alle proprie premesse. Qui entra in gioco il wild horse, simbolo dell'esistenza e della libertà nel mondo degli uomini e delle loro follie. Il fatto che anche qui McDonagh trovi spazio per far emergere la morale è ciò che fa la differenza tra una comedy brillante e un'opera da tenere assolutamente d'occhio. Ragionando sul senso dei legami e sul tema della morte (pensiero fugace o illusione di controllo e autodeterminazione), Wild Horse Nine emerge come un film di grandi responsabilità. Un'opera pienamente matura, coerente e coesa, che permette all'intero cast di stupire con semplicità e immediatezza.

C'è una magia particolare nel vedere una storia cambiare quasi da sola tra le proprie mani - e non bisogna sbagliare nel ridurre l'impatto che proprio questo cambiamento potrebbe avere nella ricezione del pubblico: sarà interessante capire quanto Wild Horse Nine riuscirà a entrare nel cuore della gente, ma a noi importa soprattutto capire quale sarà il percorso dell'opera verso la stagione dei premi (soprattutto come verrà recepita la sua riflessione geopolitica). Il mondo è un posto sempre più marcio e a guardarsi intorno si rischia di non trovare via d'uscita. Come se non ci fosse alternativa alla violenza, neppure quando si tenta di voltarle le spalle. Ma questa è una grande storia, e nelle grandi storie l'umanità emerge sempre, anche alla fine del mondo. Vogliamo credere che la vulnerabilità di questo autore immenso non sia un segno di rassegnazione, ma di assoluta resistenza.

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