X-Men: Giorni di un Futuro Passato, la recensione
Denso ed emozionante, il film di Bryan Singer rimette in discussione la saga, alternando al meglio humour e tragedia...
Leggi la recensione spoiler di Davide Tessera su BadComics.it
Non c'è da stupirsene: in un universo fantastico popolato di uomini convertiti in superuomini (vedesi l'emblematica saga filmica degli Avengers, cui fa eccezione il solo Thor), questo gruppo di "diversi" fin dalla nascita ha dimostrato, sulla carta, di avere qualche asso in più da giocare; l'idea del super potere innato, marchio infamante o comunque pretesto discriminatorio, rende gli X-Men un materiale accattivante ed emotivamente magnetico come pochi altri.
Il potere corale tragico dell'epopea dei mutanti, tuttavia, doveva ancora trovare una degna rappresentazione, laddove il terzo capitolo della trilogia iniziale (X-Men: Conflitto finale) non aveva soddisfatto appieno le aspettative dei fan, seppur armato di buone intenzioni e di una drammaticità esasperata rispetto ai due episodi precedenti. Stesso dicasi per il notevole prequel X-Men: l'Inizio, dove lo spettro della discriminazione - tema cardine del fumetto - restava relegato a un ruolo piuttosto marginale rispetto a quello centrale della vendetta.
Rispetto all'originale storia a fumetti, il cambiamento più significativo operato da Singer e compagnia - al di là di una retrodatazione dal 1981 al 1973 - sta nel cambio di protagonista: se, nel fumetto, era Kitty Pryde/Shadowcat a essere mandata indietro nel tempo per sventare l'assassinio del senatore Kelly e impedire, in tal modo, la deportazione e lo sterminio di massa dei mutanti, qui la giovane (interpretata da Ellen Page) viene retrocessa al ruolo di "medium" per il viaggio, spedendo nel passato nientemeno che Logan/Wolverine (Hugh Jackman). Potremmo cavillare a lungo sul retrogusto maschilista di questa scelta, ma sarebbe francamente tanto inutile quanto ottuso, alla luce di un'intera saga cinematografica che ha visto dall'inizio il personaggio dell'irsuto mutante canadese come protagonista indiscusso - eccezion fatta per First Class.
Rapida ma intelligente la trattazione del villain Bolivar Trask (già visto in Conflitto Finale, ma qui interpretato da Peter Dinklage, in pausa dai panni di Tyrion Lannister), che sfugge ai cliché più abusati e a manicheismi di maniera, per concentrarsi sui fatti più che sulla spiegazione di chissà quali contorte motivazioni criminali. E tanto di cappello al superbo inserimento di Pietro Maximoff/Quicksilver (Evan Peters) nell'intreccio, che consente non solo un discreto quantitativo di gag, ma anche una strizzata d'occhio a un'eventuale, futura storia della "dinastia Lehnsherr" (della sua parentela con Magneto viene fornito solo un vago indizio). A questo personaggio sbarazzino e alla scelta di un vocabolario più colorito del solito si può ascrivere il merito di uno humour godibilissimo e sapientemente dosato, che alleggerisce i toni indubbiamente cupi e, talvolta, desolati del film.
Certo, ogni tanto qualche scivolone c'è: il coinvolgimento di Magneto nel delitto Kennedy non manca di suscitare risatine a ogni menzione, ma è un boccone amaro che si manda giù con relativa facilità, addolcito da alcune piccole chicche concepite per il godimento del pubblico - su tutte, la registrazione da parte di Hank McCoy/Bestia (Nicholas Hoult) di una puntata di Star Trek. Non manca neppure il nudo gratuito di rito, che però - vale la pena sottolinearlo - non appartiene al gentil sesso, ma regala al pubblico di ammiratrici e ammiratori di Hugh Jackman una manciata di fotogrammi da standing ovation.
In conclusione, questo X-Men è un film più giovane, fresco e, per questo, coraggioso dei suoi pur non disprezzabili predecessori. Si prende la responsabilità di una sceneggiatura fedele allo spirito del fumetto e, cosa ben più importante, si concede libertà che fanno piazza pulita di eventi ormai cementati nella memoria degli spettatori, e lo fa non risparmiando su nulla: il risultato è un prodotto spettacolare, emozionante e, perché no, a tratti anche commovente. Non è perfetto, questo no: ma se qualcosa gli si deve rimproverare, più delle piccole o grandi incongruenze con i film precedenti, è l'ambizione di gestire un materiale forse troppo ricco per poter trovare sufficiente spazio di trattazione in poco più di due ore: tuttavia, in un'epoca in cui l'hobby delle major sembra essere quello di frammentare quanto più possibile la materia narrativa a scopo commerciale (Harry Potter ha dato il via alla moda, Hunger Games ne è uno degli esempi più recenti), è un piacere e un sollievo assistere a una storia che sceglie la via della sintesi e della concentrazione all'allettante tentazione dell'annacquamento.