Somiglia sempre più ad una guerra questa pace raggiunta dai Peaky Blinders. E ogni anno per la serie della BBC si tratta di reinventare nuovi conflitti con cui il gruppo guidato da Thomas Shelby (Cillian Murphy) deve confrontarsi. Nel fare questo, la scrittura delle pur poche puntate stagionali dello show deve tendere più in alto, attraendo tematiche non solo di strada, ma anche politiche quando non internazionali. La buona notizia è che in larga parte riesce nel suo scopo. Peaky Blinders resiste al suo quarto anno, già confermata per una quinta stagione che arriverà nel 2019, puntando sul fascino di una messa in scena tra le più riconoscibili. Abiti neri che si muovono in una città grigia, sostenuti dalle note di Nick Cave.

La stagione deve fare i conti con il cliffhanger dell’arresto della scorsa stagione. Lo liquida in un’intensa parentesi che vede Tommy ancora una volta proteggere i suoi, muoversi come un fantasma dietro le quinte e salvare la propria famiglia. Peaky Blinders rimane sempre una serie gangster a fortissima vocazione familiare, in cui il singolo gesto, o la singola perdita, hanno un senso perché ricadono sul sistema di rapporti e affetti di Thomas e gli altri. Proprio l’uccisione di John Shelby è l’elemento che sposta, in chiusura del primo episodio, l’intero piano della narrazione su un nuovo livello. Ed è qui che fa il suo ingresso il mafioso Changretta (Adrien Brody) che con i suoi sicari è giunto in Inghilterra con il chiaro proposito di spodestare gli Shelby.

L’intera narrazione si dipana quindi tra colpi e contromosse, agguati e fughe precipitose, e la sensazione è sempre quella di vedere i protagonisti arrancare. Riemergono vecchie asperità, come il ruolo predominante di Thomas, criticato da Polly (una sempre bravissima Helen McCrory). Per quanto riguarda le new entry, la presenza scenica di Adrien Brody – stuzzicadenti in bocca e accento adorabile – è una boccata d’aria fresca. Nel cast anche Aidan Gillen, alleato degli Shelby, mentre apprezzabile il lavoro sulla pronuncia italiana-siciliana (nel cast anche l’italiano Luca Zizzari).

Peaky Blinders funziona meglio quando accentua la componente stilistica, così ricercata e piacevole nel suo essere fuori dal tempo, in contrapposizione alla violenza delle situazioni. I movimenti rallentati dei protagonisti sostenuti da una colonna sonora sempre ispirata, sempre coerente, ormai talmente affiancabile alle immagini dello show da rappresentarne una colonna portante, sono uno dei grandi pregi dello show. Ma questa è anche una serie che allarga la propria visuale. Qui in particolare entrano in gioco le istanze sindacali che si legano a possibili rappresaglie dei comunisti e, tra un problema coniugale e l’altro, sentiamo anche nomi importanti (ma questa è una serie che ha già introdotto Churchill).

Il finale tende alla spettacolarizzazione, forse con qualche eccesso e sorpresa di troppo. Impossibile non citare l’apparizione di Alfie Solomons, amico-nemico di Thomas interpretato da un intenso Tom Hardy, quest’anno anche protagonista di Taboo sempre in collaborazione con Steven Knight. La chiusura racconta la fine di un’altra parentesi nella vita degli Shelby, decisamente meno sospesa rispetto alla chiusura della scorsa stagione, e forse anche per questo meno soddisfacente. Il passo verso un nuovo gradino della scala sociale è tuttavia compiuto, e questo significa per i protagonisti anche l’obbligo di confrontarsi con nuove e più grandi sfide.