E così, in un batter d’occhio è iniziata e si è conclusa anche Hawkeye portando a conclusione un anno Marvel che più che un recupero del vuoto del 2020 è stato una clamorosa abbuffata (tra alti e bassi). Di cose molto belle, ed altre meno entusiasmanti è costellata anche l’ultima puntata della serie dedicata ad Occhio di Falco.

Un finale di stagione, come immaginavamo settimana scorsa, che non chiude trame importanti come quella di Echo, e soprattutto non segna la parola fine su Clint Barton e Kate Bishop. E qui siamo nel territorio delle cose molto belle perché finalmente Hawkeye si ricorda di quello che è, dopo un quinto episodio molto innervato con il resto dell’universo; strizza l’occhiolino a Trappola di cristallo e ritorna ad essere una corsa contro il tempo come quella affrontata da Steve Martin in Un biglietto in due.

L’Avengers e la sua fan, diventata partner d’azione, vogliono concludere tutte le faccende in sospeso in tempo per il Natale, anche a costo di fare arrestare la propria madre durante il giorno più caldo per le famiglie (ricche) newyorkesi. Eleanor si attende un finale riconciliante nella neve. A Kate, che odia i boomer e pensa come una della “generazione z”, non gliene frega più di tanto. Meglio essere eroica a rischio della vita e rinunciare alla finta bambagia imposta dalla generazione che mentre il mondo era sotto attacco lucrava sulla ricostruzione. È anche questo lo spirito delle feste. No?

Costumi nuovi e nuove frecce, l’episodio conclusivo della stagione completa il rispolvero all’immagine dell’arciere. Un rebranding ingiusto, ma necessario, come si diceva nei primi minuti di Hawkeye. È riuscito? Eccome se lo è! La serie ha rilanciato la strepitosa vitalità del personaggio, regalandogli piena dignità psicologica dopo anni di messa ai margini. Esplorare il suo lato oscuro, in episodi dal tono però solare e cartoonesco, è stata la scelta azzeccata.

Abbiamo finalmente dimostrato che Clint Barton può reggere da solo (più o meno) la scena. Gira nel suo mondo come un osservatore privilegiato e per questo ci offre un punto di vista molto tenero, umano, e insolito. Hawkeye ha funzionato poi alla grande nella scelta dell’azione: quante possibilità date dall’arco per variare ogni volta le soluzioni con cui uscire dai guai. Ma la cosa che brilla è soprattutto il rapporto tra Clint e Kate.

Yelena Belova era molto più a suo agio in Black Widow, qui sembra un’aggiunta non necessaria e non sempre in parte. Hailee Steinfeld invece è stata voluta dai fan, cercata dalla produzione, e per certi versi anche aspettata, dati i suoi molti impegni. È la Kate Bishop perfetta. Si potrebbe fare una scommessa sicura che, nell’immediato futuro, riuscirà a fare quello che Jeremy Renner non ha ottenuto nel primo Avengers. Se mai ci sarà una formazione giovane di eroi più potenti della terra, lei non sarà ai margini.

Quindi il finale di Hawkeye fa tutto quello che deve: chiude le linee portanti in maniera soddisfacente, lascia la voglia di vedere altro, e ribilancia la storia con una leggera verve da paternità ritrovata. L’orologio che riporta a casa, con quel simbolo dello S.H.I.E.L.D inciso sul retro, di colpo aggiunge altre storie che potrebbero essere affrontate (come si sono conosciuti i due agenti?). È la Marvel al suo meglio: dare risposte aprendo a nuove domande.

Hawkeye - Vincent D'Onofrio

Però non tutto funziona e, come tutte le serie della casa delle idee fino ad ora (forse con l’eccezione di Loki) Hawkeye finisce in tono minore. Si avverte dal quinto episodio molta stanchezza e le aggiunte dell’ultimo minuto non convincono appieno. Ovviamente il riferimento è a Kingpin. Vedendo l’uso che ne è stato fatto nell’ultima ora viene da chiedersi se fosse il luogo giusto per farlo entrare in scena: avrebbe giovato molto di più una rivelazione, magari sul finire, dando più tempo per esplorare il personaggio altrove.

Qui invece ci vengono comunicate solo un paio di cose, e nessuna legata alla psicologia del personaggio. La prima è che Kingpin è forte, molto forte, come nei fumetti. La seconda è che non possiamo aspettarci Daredevil. Non il personaggio, ma i toni violenti della serie Netflix. Vincent D’Onofrio senza schizzi di sangue sulla faccia richiede qualche minuto per essere accettato, anche se sarebbe sciocco non farlo, dato che la quantità di violenza esplicita non corrisponde mai alla “maturità” artistica di un prodotto o all’interesse che il percorso di un villain può suscitare.

Però è chiaro che la sua introduzione in Hawkeye, come quella di Matt Murdock in Spider-Man: No Way Home, è funzionale ad accompagnare la mente dei fan verso un futuro per il sotto universo del Diavolo di Hell’s Kitchen che è molto simile al passato… ma anche diverso. 

E quella finta morte alla fine era proprio da evitare. Non ci crede nessuno e indebolisce molto l’immagine del boss: invece di sembrare pronto per grandi cose ha dato l’impressione di un lungo cameo non troppo necessario alla serie in sé.

Difficile dire se sia un difetto o un pregio, ma alla fine di Hawkeye c’è ancora tanta voglia di seguire Clint Barton. Impossibile essere soddisfatti di quello che si è visto, c’è tanto altro da raccontare e non solo del suo rapporto con la famiglia (allargata). Il passato da Ronin non può essere cancellato da un costume bruciato, il suo rimpianto nei confronti di Natasha non può essere colmato dall’imperfetto dialogo con la sorella. L’ultima inquadratura a quel bersaglio che apriva Avengers: Endgame è un messaggio chiaro: la serie si è occupata solo di quel momento lì, quella piccola parte della vita del protagonista in cui ha trovato una famiglia di eroi, l’ha persa cedendo alla rabbia, e l’ha ritrovata. Ma il resto?

Hawkeye può ambire ad essere la migliore serie Marvel fino ad ora, ma per farlo deve prometterci alla svelta una stagione due. Va bene si chiami Hawkeye o cambi nome come la già annunciata Echo. Il viaggio di Clint è appena iniziato. Sarebbe un peccato farlo finire qui mascherandolo come conclusione.