Da sempre, il videogioco ha attinto dagli altri media. Non è infatti difficile individuare strutture e linguaggi tipici del cinema, del teatro e persino delle serie tv mentre si gioca a un titolo videoludico. Pensiamo a Life is Strange e alla sua natura episodica tipica dei serial, già consolidata dalla produzione Telltale. Eppure, nell’immaginario videoludico, è il piccolo capolavoro di Dontnod ad essere divenuto un cult delle avventure grafiche moderne. Probabilmente il merito va al concept originale, allo stile estetico e sonoro dalle tinte hipster, alla caratterizzazione meravigliosa di Max, Chloe e degli altri personaggi di Arcadia Bay. Come ormai è facile immaginare, sarà proprio quest’ultima la protagonista indiscussa del consueto appuntamento con le Suggestioni Videoludiche. Questo perché, ancora una volta, in maniera silenziosa, l’ambientazione si fa carico dell’essenza del titolo, per esasperarla e renderla ancora più potente agli occhi (e al cuore) di chi gioca.

 

 

Nel caso di Arcadia Bay, tale aspetto è già evidente nel nome fittizio della città sita in Oregon, la quale è chiamata Arcadia in omaggio alla cultura classica dei greci e dei latini, per dare l’idea di un luogo lussureggiante, pacifico e mistico. Un’immagine in netta rottura con la storia tremendamente amara raccontata in Life is Strange. Si tratta di un contrasto voluto, come dichiarato dallo stesso sceneggiatore del gioco, Christian Divine.

In effetti Arcadia Bay si presenta come la classica cittadina di provincia americana, con i suoi abitanti dalle camice a quadri e i pickup, le sue famiglie rispettabili, i suoi luoghi di aggregazione. Dietro però il velo di una serena apparenza, si celano storie di alcolismo, tossicodipendenza, disoccupazione, corruzione. Un doppio mondo in cui una coppia di giovani adolescenti tenta di ritagliarsi un proprio spazio.

 

 

È proprio per il focus sul rapporto tra Max e Chloe che Life is Strange può essere considerato un teen-drama. Per questo motivo uno dei luoghi simbolo di Arcadia Bay è la Blackwell Academy, scuola dove i giovani studenti sognano di coronare le loro ambizioni legate alle arti e alla scienza. La stessa Max punta a diventare una fotografa di successo. Anche in questo caso la frizzantezza tipica del liceo, ribadita dai diversi stili con cui sono arredate le camere degli studenti, viene resa angosciante dai risvolti di trama crudi e disturbanti, che vanno a toccare anche il tema dell’abuso sui minori.

Tale contrasto trova la sua massima espressione nell’episodio finale, in cui Max si aggira per una versione inquietantemente onirica della Blackwell e dei suoi “inquilini”, giovani o adulti che siano. Nonostante la natura da teen-drama, Life is Strange non guarda solo agli adolescenti. Ciò si ripercuote anche sui luoghi di Arcadia Bay. È infatti errato ritenere che la scuola sia l’unico nodo delle vicende del gioco: lo è l’intera cittadina. Basti pensare allo squallido Two Whales Diner in cui lavora la mamma di Chloe per saggiare le difficoltà di lavoratori abbandonati al loro destino, se non addirittura senza tetto. Un disagio reso più evidente durante la visita al camper di Frank. E come dimenticarci della discarica American Rust? Per Chloe è una fuga dall’inferno della vita reale, ma basta uno sguardo più attento alla miriadi di rifiuti, tra carcasse d’auto ed elettrodomestici, per sbattere violentemente contro le manie più beceramente umane.

 

 

Non è un caso se in quella terra di sogni infranti si consuma una delle scene più importanti della storia – attenzione agli spoiler seguenti -, in cui viene scoperto il cadavere della bramata Rachel, oltre che l’identità del mostro di Arcadia Bay. Infine, c’è il vero simbolo di Life is Strange: il faro. Anche lì l’atmosfera apparentemente naturalistica e pacifica viene completamente squassata dal terribile destino di Max e Choe. Per questo, quando ci viene chiesto di compiere l’ultima scelta, se accettiamo la distruzione di Arcadia Bay per salvare l’adorata amica, rinunciamo a comprendere Life is Strange. La prova è nel filmato finale, dove le cittadina appare fugace con i suoi resti, oramai diventati anonimi, privi di significato e potenza. L’altro finale, quello in cui Arcadia Bay sopravvive, ci permette di di accettare la dura lezione appresa nei cinque episodi di gioco, dando piena giustizia al titolo di Dontnod.