Il Giffoni Film Festival non è solo cinema. È anche musica.

Dopo il clamoroso successo dello scorso anno dovuto anche alla sua partecipazione, quest’anno l’apprezzatissimo Mika, ormai amato da adulti e bambini, ha deciso di tornare nuovamente in Italia per parlare a tutti i partecipanti (e non solo, grazie alla diretta dell’incontro con i giurati trasmessa sul sito ufficiale del festival).

Noi abbiamo avuto modo di incontrarlo durante questa seconda giornata di festival per parlare piacevolmente dei suoi progetti futuri, di ciò che ama dell’Italia e, soprattutto, del suo rapporto con il cinema, dai film della sua infanzia ai ruoli rifiutati.

È il tuo secondo anno a Giffoni. Cosa ti ha spinto a tornare?

Il primo anno non sapevo cosa aspettarmi. Non avevo mai sentito parlare di Giffoni e Ivan Cotroneo, regista italiano con il quale ho lavorato e lavoro, non mi ha voluto anticipare molto. È ovvio dire che sia un festival diverso da tutti: c’è un energia positiva “non gratuita”, naïf. Nelle conversazioni che abbiamo con questi ragazzi, duranti gli incontri o le sessioni di domande, ricevo domande che spesso sono più difficili di quelle che mi fanno gli adulti, sulla musica, sul modo di gestire le proprie scelte, la propria carriera, su come affrontare la vita. Sono molto forti nel farlo, sono curiosi e preoccupati per il loro futuro. Vogliono capire come fare per andare avanti. Questo rende Giffoni Film Festival speciale, diamo una voce alle persone che sono i veri protagonisti di tutto quello che facciamo.

Lo scorso anno hai parlato molto di bullismo e una delle tue canzoni, Popular Song, ha un video proprio dedicato a questo argomento. Ti è mai capitato di pensare una situazione come quella che racconti?

Il video è una versione più leggera di quello che narra il testo. Sono argomenti seri e universali, per questo il messaggio è “popolare” e la musica permette di raccontarlo nel migliore dei modi. Il testo recita “io ero quello dimenticato, quello illuso” e altre parole anche più forti, il risvolto sta nel vedere, a distanza di anni, chi “canta la pop song e chi vende i pop corn”. È un gioco di parole, ma il messaggio è serio. L’idea di essere esclusi non vuol dire di esser meno di altri, solo che non è ancora arrivato il momento. E dopo aver bramato vendetta arriva la fase più bella: quella creativa. Io le ho passate entrambe: ero quello che restava solo durante l’intervallo, quello che quando passava nel cortile riceveva continue pallonate sulla pancia (per questo odio il calcio). Io però dovevo superare quel cortile per arrivare ad alcune piccole stanzette. In una di queste c’era un pianoforte e lì suonavo e scrivevo le mie prime canzoni. È strano che da queste esperienze, che in pochi passano, nascano canzoni che poi diventato “popolari” e conosciute dai molti.

Quest’anno torni su Rai Due, in Autunno, con Casa MIKA. Perché e quali le novità?

Si dice che “squadra che vince non si cambia”, e spesso vale anche per i format. Ma Casa Mika non è un format normale, è una forma di narrazione, un musical in quattro parti. Una storia che inizia dal primo momento della prima puntata fino alla fine dell’ultima, riscriverlo è molto divertente grazie agli ospiti che si prestano a raccontare le loro storie e soprattutto attraverso le esterne che saranno completamente diverse. La novità sarà mischiare ulteriormente le riprese in studio a quelle fatte in esterna. La tecnologia aiuta molto e, proprio grazie a questa, saremo in grado di unire fiction e varietà. La sfida è solo riuscire a farlo nel migliore dei modi: trovandolo. I produttori erano molto spaventati ma… come lo scorso anno! Creeremo una struttura e utilizzeremo delle parole chiave per permetterci proprio di improvvisare. Non possiamo garantire gli ascolti ma questo show è un laboratorio di idee, ci sono aspetti che funzionano e altri che funzionano meno ma sono originali. Noi vogliamo fare qualcosa di bello che possa restare, non format da esportare. Questo show dice che è possibile sognare, di dover rifiutare o cambiare la nostra normalità (anche dopo i 14 anni). Questo grazie agli autori (Giulio Mazzoleni, Ivan Cotroneo, Tiziana Martinengo, io, Francesco Ambrosio, Piero Messina e… altri nuovi cinque autori). Maison Valentino e Pierpaolo Piccioni resteranno per quanto riguarda i vestiti, dal logo delle magliette sui taxi agli abiti che porto la sera. È una follia. Ma ci divertiamo.

E la musica, invece?

Sono alla metà del nuovo album. Lo sto scrivendo tutto con un’altra persona (non posso dirvi chi), per questo sarà molto “coesivo”. Il pianoforte farà da base e non sarà affatto triste, sarà molto pop. Ogni settimana cerco di occuparmi sempre di questo e di altri progetti. È un equilibrio essenziale da mantenere.

Abbiamo parlato di musica e televisione ma ci hai detto che ti stai occupando anche di altri progetti… a cosa ti riferisci?

Mmm… so dove vuoi andare a parare. Se parliamo di “febbraio” (N.d.R: ci si riferisce a Sanremo) non so come potrei farlo anche se sarebbe un grande onore. Io non so condurre, so solo fare cose attraverso il mio modo di vedere il mondo, è un modo di improvvisare che non appartiene troppo a questi eventi.

Torniamo un attimo a parlare di cinema. Quali sono stati o sono i tuoi film preferiti e… ci sono mai state proposte da parte di questo mondo? Dopo il breve cammeo in Zoolander 2 potresti essere il nuovo Daniel Day-Lewis visto il recente ritiro dalle scene di quest’ultimo…

Non parliamo del cammeo! Ci sono voluti tre giorni per girarlo, mi hanno depilato le braccia, mi hanno fatto registrare due canzoni e poi… hanno eliminato tutto, inserendo solo una scena nei titoli di coda. Ho avuto il prurito per un mese. Però ora c’è un film molto, molto serio (francese) dove mi hanno chiesto di partecipare. Mi piace quando le cose sono difficili, mi spaventano. Se le cose provocano paura… vuol dire che sto per fare un passo in avanti. Basta che non si riveli un suicidio. Fin da bambino, grazie alla mia famiglia, ho sempre potuto vedere film molto “alti”, spesso provenienti da altre nazioni, in lingua e a volte sottotitolati. Ma… uno dei miei registi preferiti è sempre stato Tim Burton: da Edward Mani di Forbice a Bettlejuice, con il suo stile, macabro ma poetico. Ho sempre apprezzato però anche molti film cult tipo Breakfast Club, Kids, Goonies o La Città Dei Bambini Perduti. Non dovevano solo esser troppo fantasiosi come Harry Potter o Doctor Strange. Dovevano essere soprattutto realistici: la forma di magia doveva esser la speranza, come in Il Favoloso Mondo di Amélie. Non bisogna mai fuggire dalla realtà, andare in un altro mondo.
Io volevo esser due persone da ragazzo: Johnny Depp e il protagonista di Richie Rich. Ma mi sarebbe anche piaciuto essere Mathilda (Natalie Portman) in Léon amando molto il regista del film, Luc Besson. Per questo non potrei mai immaginare di essere Harry Potter. Pensate che da ragazzo, quando frequentavo la Westminster School, non capivo cosa stavano facendo, cosa giravano. Tuttavia sfruttai l’occasione con alcuni amici con i quali, oltre a vendere delle caramelle che mia zia mi riportava dall’America (al triplo del valore reale), per guadagnare qualche soldo ci divertivamo a vestirci come gli studenti di Hogwarts chiedendo ai turisti 5 pound per ogni foto scattata con noi (ma solo uno di noi due, se la volevi con entrambi dovevi pagar doppio). Però siamo stati beccati e… ho rischiato l’espulsione per questo (nonostante gli sconti che facevamo). Un giorno, comunque, mi piacerebbe poter raccontare la situazione in Libano, sarebbe fantastico ma non ci si può arrivare dal nulla, bisognare fare un passo dopo l’altro, e io son un musicista. Lì ci sono una, due anzi, forse tre generazioni completamente dimenticate, mai raccontante, perse (come accade in Siria, ma ovunque). Ecco, a questo proposito consiglio anche un altro film: Caramel.

E invece del cinema italiano cosa ci dici?

Di recente ho visto Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese, molto bello. Poi… Ferzan Ozpetek mi aveva offerto un ruolo e avrei accettato con piacere ma… dopo cinque minuti ci ha ripensato. È meglio così, il film è andato bene anche se non posso dirvi quale fosse.

Attualmente, invece, qual è il tuo rapporto con i talent show?

Per il momento mi sono fermato. Ho fatto The Voice in Francia, con un’impronta molto diversa da quella italiana di X Factor, che però resta il massimo grazie alla produzione di Sky e dopo aver raggiunto il massimo è difficile voler fare altro. Questa fase è terminata nonostante il divertimento e le molte opportunità date, come quella di rimuovere le mie paranoie sulla tv stessa.

Chiudiamo in bellezza. Ormai è molto che sei in Italia. Che cosa puoi dirci sulla nostra nazione?

È bellissima, mi piace molto, da Roma a Milano, da Napoli a Firenze, da Cattolica a Perugia. Ovunque ci si può divertire ed è come attraverso un grande corridoio, da nord a sud. In Europa non esiste da nessun’altra parte una cosa simile.