Oggi a Roma è stata presentata la seconda edizione della ricerca che FAPAV commissiona ad IPSOS sull’incidenza della pirateria audiovisiva in Italia. I dati della ricerca sono stati illustrati alla presenza di stampa e operatori del settore che includevano anche Nicola Borrelli, della Direzione Cinema presso il Ministero dei Beni Culturali, il presidente ANICA Francesco Rutelli e l’ospite speciale Stan McCoy, presidente di MPA EMEA (il braccio europeo dell’associazione di categoria americana MPAA).
Come spesso è capitato anche quest’anno le conclusioni dell’indagine e la lettura dei numeri secondo noi desta qualche perplessità. Abbiamo deciso di parlarne con IPSOS e vi riportiamo, a seguito delle conclusioni che meno ci convincono anche le domande che abbiamo fatto e le nostre riflessioni.

 

LE DIMENSIONI DEL FENOMENO

L’indagine IPSOS ha tratto le sue conclusioni a partire da 638 interviste completate (1278 totali ad un campione dai 15 anni in su, di cui 148 adolescenti, fatte in 3 momenti diversi dell’anno). Quel che ne esce, rispetto alla medesima indagine effettuata un anno fa, è che nel 2017 il 70% degli intervistati che si dichiarano navigatori abituali ha piratato almeno una volta (sarebbe il 37% della popolazione). Questo significa un calo del 2% rispetto al campione intervistato l’anno scorso e un conseguente -6% di opere coperte da copyright che hanno dichiarato di aver piratato.
Il totale degli atti pirateria calcolati è quindi di 631 milioni, cioè una media di 29 a testa l’anno.

Su questi numeri abbiamo chiesto a Nando Pagnoncelli di IPSOS come sia stato calcolato il totale degli atti di pirateria. Avete chiesto ad ognuno a memoria quanti ne abbia fatti nell’anno passato e poi moltiplicato il campione sul totale della popolazione?

Esatto, abbiamo chiesto quanti atti di pirateria ricordano in un anno e un sistema di calcolo ci aiuta ad avere un dato netto sulla base di quelle dichiarazioni

 

COSA VIENE PIRATATO, DA CHI E COME

Di questo totale di atti di pirateria dichiarati dagli intervistati il 30% riguardava film, il 21% serie tv e il 19% programmi televisivi. La tecnica di pirateria prediletta è lo streaming (26%) mentre il download/P2P riguarda il 22% dei casi, ed è in aumento del 5% rispetto al 2016. C’è poi la pirateria indiretta cioè il prestito di copie piratate e simili che si attesta al 20% del totale.

IPSOS come sempre ha anche cercato di capire chi sono le persone che a loro si sono dichiarati pirati, e sono paritariamente uomini e donni (l’anno scorso prevalevano gli uomini invece), più che altro al di sotto dei 45 anni (il 63%, quando nel totale della popolazione gli under 45 sarebbero il 44%) e prevalentemente occupati e diplomati, rispettivamente il 54% e il 61% del totale.

 

IL DANNO ECONOMICO

È poi la parte più spinosa di questo tipo di indagini, quella in cui tramite un calcolo IPSOS stima il danno che questi atti di pirateria dichiarati porterebbe all’industria. Per il 2017 sarebbe di 617 milioni di euro di mancato fatturato, e avrebbe portato ad una perdita di 5.700 posti di lavoro. Di calcolo in calcolo la stima dice che viste queste cifre il totale di fatturato perduto per l’economia italiana tutta sarebbe di 1 miliardo di euro (-13% rispetto all’anno scorso), cioè un’incidenza sul PIL di 369 milioni di euro (-14% rispetto al 2016).

Per stimare i 617 milioni di euro perduti IPSOS utilizza un modello che gli viene dalla sua filiale britannica, che associa ad ogni atto di pirateria il prezzo medio di quel prodotto al cinema, in VOD o in qualsiasi altra forma legale sarebbe stato fruito. Il che significa che ogni intervistato ha dichiarato per ognuno degli atti di pirateria compiuti nell’anno passato che tipo di film o serie riguardasse, così da capire dove questa fosse rintracciabile legalmente e quindi quale sia il mancato guadagno da calcolare. Questo è un metodo molto usato ma che pone problemi non da poco, non solo quello dell’affidarsi alla memoria di ogni intervistato per informazioni molto precise risalenti anche ad un anno fa, ma anche il fatto di partire dall’assunto che qualsiasi film o serie piratata sarebbe stata acquistata invece che presupporre, ad esempio, che molta parte di ciò che è piratato è “in più”, è qualcosa che qualora non ci fosse stata la pirateria non sarebbe stato visto.

Ed è strano poiché la stessa ricerca IPSOS ha anche chiesto agli intervistati cosa fanno quando, cercando materiale pirata, si imbattono in un sito oscurato. Viene fuori che il 62% del campione cerca su altri siti pirata, cioè non si arrende, il 32% passa all’alternativa legale e il 21% invece non guarda il contenuto. Dunque, in questo caso e con queste condizioni (le uniche indagate), solo il 32% opta per il pagamento e non essendo stato chiesto non sappiamo se sarebbe disposto a farlo ognuna delle volte che non trovi da piratare.

Su questi 617 milioni di mancato fatturato poi si basa il calcolo dei 5.700 posti di lavoro perduti che, ci ha spiegato Pagnoncelli:

Non è un calcolo nostro ma un modello ISTAT. Loro analizzano quanto può venire meno di fatturato nelle diverse componenti (diretto, indiretto e indotto) e lo tramutano in posti di lavoro. In buona sostanza noi gli diamo la cifra in euro e loro, dopo averla analizzata, ci rispondono con il numero di posti di lavoro che corrisponde quella cifra secondo il loro modello

 

LE MOTIVAZIONI

La motivazione dichiarata per la quale i pirati intervistati piratano è soprattutto il risparmio (è così per il 37% degli adulti e per il 53% adolescenti), seguita dalla praticità (25% degli adulti contro il 22% dei ragazzi) e poi dal piacere della condivisione (14% degli adulti contro il 25% degli adolescenti). Come prevedibile poco meno del 50% del totale della popolazione ritiene non grave piratare, mentre tra i pirati adolescenti è quasi l’80% a non ritenerlo un illecito grave.

Su questo dettaglio, senza bisogno di fare domande, è stato Nando Pagnoncelli che ci ha tenuto a farci una precisazione:

È facile chiedersi se questi che noi interpelliamo ci rispondano in modo affidabile, visto che parliamo di un illecito. Del resto quando facciamo le indagini e chiediamo alla gente se paga le tasse tutti ci dicono di pagarle. Tuttavia in questo caso nonostante la consapevolezza che il comportamento non sia lecito, la maniera in cui gli intervistati sottovalutano le conseguenze porta a molta meno vergogna e meno autocensura, dunque più sincerità. Anche perché poi c’è anche la percezione che i ceti meno abbienti ne beneficino”.

 

COSA È STATO DETTO

A margine di questi dati l’evento ha previsto anche delle tavole rotonde e due introduzioni sul tema della pirateria, una da parte di Francesco Rutelli e una di Stan McCoy, rispettivamente presidente ANICA e MPA EMEA. Ve le riportiamo nei passaggi più rilevanti (non lo trovate scritto ma entrambi hanno plaudito all’offerta legale e alla maniera in cui sono utili a contrastare la pirateria), poiché quel che dicono, le soluzioni che ipotizzano o auspicano e la visione che offrono dello scenario sono interessanti per la comprensione di come funzioni la lotta alla pirateria, chi sia che la dirige, cosa pensi, cosa voglia ottenere e in che maniera.

Francesco Rutelli: “Chi scarica illegalmente deve aver un alert. Un mio amico, uno vero non di quelli che si citano per nascondere se stessi, mi ha raccontato che ha iniziato a scaricare un film a casa poi è dovuto partire, è arrivato in Germania in una stanza d’albergo, ha riattaccato il computer e ha ricominciato il download. Dopo mezz’ora qualcuno ha bussato alla porta d’albergo porgendogli una multa di 500€. Gli hanno bussato perché aveva completato il download. Ecco, non dico arrivare a questo ma è chiaro che un alert e una segnalazione sul monitor di chi pirata siamo in grado di farla, moltiplicarla e renderla attuale […] Insomma vorrei che fosse chiaro che qui [a questo convegno ndr] ci sono le forze del bene, quelli che difendono l’industria, il lavoro e la decenza di una produzione di contenuti che è di interesse generale”.

Stan McCoy: “Sapete bene che l’UE ha rimandato la decisione sulla nuova legge sul copyright. Quello che mi ha colpito è stato l’atteggiamento della lobby anticopyright, come ha inondato le caselle mail di messaggi generati da un computer, come ha sfruttato l’hashtag #savetheinternet, fino ai camion veri e propri sponsorizzati dalla Platform trade association che facevano pubblicità contro la censura, o addirittura agli attacchi personali subiti dai membri del parlamento europeo. Insomma le piattaforme online hanno fatto un gran lavoro nel sostenere che spostare su di loro più responsabilità porterebbe alla rottura di internet.
Abbiamo visto in passati i giganti del tech alzarsi in piedi nel congresso americano o nel parlamento europeo per parlare di come sono attivi contro i contenuti illegali, di come le loro intelligenze artificiali lavorino contro l’hate speech o le fake news, ma chi come noi usa la sua intelligenza naturale si chiede quand’è che i legislatori combatteranno i contenuti illegali alla vecchia maniera?
Credo di sapere da dove venga quest’atteggiamento, dal co-fondatore dell’Electronic Frontier Foundation, John Perry Barlow, che nel 1996 scrisse un manifesto per il cyberspazio, un manifesto per chi crede nella capacità di internet di fare bene. Lui diceva che il cyberspazio deve essere trattato diversamente dal mondo reale, non deve essere regolato “nel caso di conflitti reali o miscondotte noi le identificheremo e contrasteremo con i nostri mezzi”, è il passaggio. Questa è un’utopia che non ha senso nel mondo reale, internet si è evoluto e non è più il bambino di 25 anni fa e l’e-commerce è ormai commerce e basta. Se i broadcasters sono sottoposti a regole che gli impediscono di danneggiare i consumatori ma il settore tecnologico pretende che per sé valgano altre regole, la cui rottura romperebbe internet. Noi tuttavia ci chiediamo se quel che rompe internet sia l’applicazione della legge o invece non sia la sua assenza. La fede negli algoritmi non va forse temperata dalla ragione? Ora che il bambino internet è cresciuto ha problemi da adulto e forse ha bisogno di regole da adulto. E uno dei suoi problemi è la pirateria”.

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