Come è noto Stan Lee compare in quasi (ripetiamo: quasi) ogni film e serie tv che coinvolge personaggi Marvel.

È un inside joke tra fan e realizzatori, nulla di più. Almeno in teoria.

Nella pratica, per una legge della narrazione, tutto ciò che entra nell’orbita del racconto e della messa in scena, tutto quello cioè che effettivamente sta in un “racconto”, contribuisce al suo senso. Non si può insomma aggiungere un personaggio per fare un’ironia extra-filmica senza che questa presenza influisca sul senso e sulla storia del film. Magari quest’influenza è minuscola e non si nota, ma non può essere il caso di chi compare in ogni film. Per dirla diversamente: se compari anche per pochi secondi in più di 30 film più o meno collegati tra loro, di fatto hai un ruolo, anche se nessuno lo ha deciso.

E Stan Lee ha accumulato una presenza così costante da influenzare tutta la trama dell’universo Marvel allargato.

L’unico dettaglio che unisce tutti i film dell’universo cinematografico Marvel è infatti Stan Lee. Non c’è altro. Che siano i film della Fox (quelli sui mutanti e sui Fantastici 4), che siano quelli Sony (su Spider-Man e Venom) o quelli dei Marvel Studios, cioè Disney (il resto), che siano alcune serie tv, l’unica costante è l’apparizione di un uomo con gli occhiali da sole. Stan Lee è l’osservatore definitivo, quella presenza che avverte tutti che esiste qualcosa di maggiore rispetto ai soli eventi che vediamo, che esiste una regia intelligente che tutto sovrintende.

L’idea dell’osservatore che collega le storie ad un medesimo universo nell’audiovisivo viene da Il Decalogo di Kieslowski, un’opera in 10 film realizzata a fine anni ‘80 dalla televisione polacca. Ogni film tratta un comandamento della Bibbia e si capisce che tutte le storie, pur con protagonisti diversi, avvengono nel medesimo mondo perché c’è sempre un osservatore, una signora che guarda tutti ogni volta da punti e posizioni diverse.

 

Stan Lee è l’osservatore del mondo Marvel al cinema. Non è stata una scelta voluta e meditata come per Kieslowski ma frutto di una piccola consuetudine che affonda le radici nel 1989, nel film tv Processo all’incredibile Hulk, tratto dalla popolare serie con Bill Bixby. Prima era stato narratore della suddetta serie e di L’Uomo Ragno e i suoi Fantastici Amici ma da quell’apparizione comincia a diventare un ospite regolare come doppiatore nelle molte serie animate fino a che Bryan Singer non lo vuole nel 2000 per un piccolo ruolo in X-Men, il primo film a riportare al cinema gli eroi Marvel, il primo di una nuova generazione. Da lì non è mai mancato.

Non sfugge ovviamente a nessuno che ci siano dei personaggi nel mondo Marvel chiamati Osservatori e non sfugge nemmeno alla Marvel stessa che sposa le molte fan theory sul fatto che Stan Lee nei film interpreti uno di essi o qualcuno che lavora per loro o qualcuno addirittura di più potente di loro.

Questo personaggio che ogni volta ha abiti e lavori diversi, che si trova in città e luoghi differenti e che vediamo anche nello spazio, rivela la sua identità forse solo in Guardiani Della Galassia 2, quando è proprio un informatore degli Osservatori. Nonostante non ci siano indizi che quel cammeo riveli la natura e il senso di tutti gli altri, di fatto è quello che spiega come mai in tutti questi film con supereroi Marvel ci sia una persona sempre inquadrata bene, spessissimo in primo piano, che ogni volta è in posizioni diverse e che nessuno riconosce.

Ma la questione è più complicata di così.

Stan Lee in ogni cammeo sembra sempre sapere di essere Stan Lee o almeno di essere consapevole di essere presente in una grande storia. Non è come le altre comparse che non si curano di quel che avviene, ma qualcuno che ha un certo piacere a essere lì in quel momento, consapevole, a volte anche ironicamente, di quello che accade. La cosa fa tutta la differenza del mondo.

Hitchcock compare in tutti i suoi film ma non è un osservatore perché nella maggior parte dei casi non si cura della storia, spesso non guarda nemmeno i personaggi in scena, in altri passeggia nello sfondo o sta in una foto. Stan Lee invece è partecipe degli eventi con un sorriso che tradisce un retropensiero consapevole. In ogni cammeo Stan Lee ha un’aria tra il consapevole e lo sbigottito, oppure al contrario non si scompone là dove chiunque si sarebbe scomposto oppure ancora, come in L’Incredibile Hulk, versione Leterrier, contribuisce a mandare avanti la trama con le sue azioni.

È marginale nelle scene ma è sempre inquadrato come se fosse fondamentale.

 

 

Le sue partecipazioni se guardate singolarmente sono la più ovvia delle strizzate d’occhio agli spettatori e finiscono lì, ma se le si considera nel loro insieme misurano una personalità filmica che non coincide con quella reale. In buona sostanza se guardate tutte insieme sono effettivamente non la persona Stan Lee ma il personaggio, la trasformazione di qualcuno che riconosciamo per il ruolo che ha nella realtà in un personaggio che riconosciamo per il ruolo che ha nei film. Lo Stan Lee dei film è qualcosa a metà tra se stesso nella realtà (ha sempre i distintivi occhialoni che come un personaggio da fumetti non levava mai) e un carattere da cinecomic, fa ridere ma è anche l’unica vera costante dei cinecomic Marvel.

Le leggi della produzione e della concorrenza fanno sì che molti supereroi Marvel al cinema non si possano incontrare perché i loro diritti appartengono a studi diversi, Stan Lee con sorriso sempre sardonico ci dice in ogni film che in realtà è tutto un mondo coerente.

 

 

Dunque se si ragiona metacinematograficamente a comparire in questi cammeo è il creatore dei personaggi che li sorveglia.

Se invece si ragiona cinematograficamente è un’entità superiore caratterizzata dagli occhiali il cui compito è osservarli, essere presente e in certi casi aiutarli o mandare avanti le loro storie, e soprattutto che lo fa con una gioia esilarante. Noto per il suo grande sorriso, Stan Lee conferma questa caratteristica in quasi tutti i cammei, presentandosi con risate comunicative e quella già menzionata aria da consapevolezza di stare in un film che sballa tutti i conti.

E il paradosso di tutto è che quest’uomo che ha creato i personaggi più importanti della cultura popolare americana dal secondo dopoguerra ad oggi, alla fine è diventato davvero uno di loro, è entrato nel loro universo narrativo, nelle loro storie ritagliandosi un ruolo unico che nessuno aveva mai avuto e che nessuno avrebbe potuto pensare. Lo è diventato naturalmente.

 

 

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