Non è stata una passeggiata di salute riuscire ad afferrare un concetto che ora, a distanza di un anno dall’uscita, mi appare estremamente nitido.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi è il miglior capitolo della saga insieme a Una Nuova Speranza.

O Guerre Stellari, se siete attaccati alla tradizione.

Perché così come la leggendaria pellicola di George Lucas ha posto le fondamenta di un mito pop condiviso, così il film di Rian Johnson ne ha, al contempo, rispettato il lascito e minato le basi per una necessaria ricostruzione.

Un’affermazione forte, me ne rendo conto, specie alla luce delle tante, veementi discussioni che hanno “movimentato” la release del blockbuster. E che non fanno altro che testimoniare l’oggettiva importanza della pellicola. Se avesse avuto la leggerezza, la levità di una brezza primaverile, non ci sarebbe neanche stato bisogno di tornare a parlarne a un anno dal suo arrivo nei cinema.

Premessa: se fate parte di quel cosiddetto “fandom tossico” che sa solo vomitare bile, sappiate che il mio interesse verso di voi è paragonabile a quello di Luke Skywalker di abbandonare la sua isola rifugio. Conosco tante persone che hanno amato il film e tante che lo hanno cordialmente detestato. Grazie al cielo ho potuto parlarne, in maniera anche accesa, ma civile, in altre sedi: social se si parla di “amici virtuali”, davanti a una birra e a delle olive ascolane con chi conosco nella vita di tutti i giorni. Perché la morale, come girella, è sempre quella: nessuno vuole evangelizzare, fare proselitismo, portare acqua a chissà quale mulino. Si tratta della cara e vecchia condivisione di idee. Caso vuole che io, per campare, passo buona parte della mia giornata a scrivere robe che le persone poi leggono, a volte approvandole e altre no.

Motivo per cui stiamo tutti qua in questo preciso istante.

Andiamo avanti.

Non è stata una passeggiata, dicevo, quando lo scorso anno sono stato invitato dalla Lucasfilm e dalla Disney alla premiere europea di The Last Jedi. E non lo è stato per svariati motivi. In primis: nonostante i frequenti viaggi in aereo che la professione impone, ho davvero pensato “Ok, questa volta non la racconto”. Il volo Milano-Londra non è lunghissimo, ma le turbolenze possono capitare. Se ben ricordate, lo scorso dicembre l’Europa è stata attraversata da un blizzard che ha portato gelo e neve grossomodo ovunque e per tre quarti del viaggio non sembrava di stare a bordo di un aereo, ma a un rave party. Il trucco, quando si vola, è tenere sempre d’occhio il personale, il suo livello di agitazione. Se si balla, ma Karen e Joe continuano a servire il caffè, no problem. Se Karen (o Joe) è già seduta e “cinturata” sulla propria poltroncina e usa l’interfono per gridare ai passeggeri “Everybody stay down! Sit down!”, puoi lecitamente pensare, mentre il tuo incarnato raggiunge un candore simile a quello del fantasma formaggino e la possibilità di una crisi del nervo vago si insinua nella tua testa, “Vabbè, si vede che doveva andare così”.

Giusto il tempo di immaginare mentalmente una scena da distaster movie hollywoodiano… che la calma è improvvisamente tornata graziando gli ultimi 25 minuti di volo con una serenità di crociera che i protagonisti di Lost potevano solo sognare.

Aggiungete poi a questa poco delicata tratta le due ore di fila fuori dall’IMAX di Leicester Square con circa 2 gradi sottozzero e capirete perché la mia prima visione di Star Wars: Gli Ultimi Jedi non sia stata propriamente all’insegna della lucidità.

Ma c’è una sensazione che ricordo in maniera indelebile.

Al termine della proiezione, ero spiazzato.

Non deluso, sia chiaro, ma spiazzato.

In prima istanza proprio da Mark Hamill e da quel Luke Skywalker ormai disilluso, disinteressato alla lotta, alla morte del suo amico Han, al destino di sua sorella Leia.

Come Rey, anche io speravo che l’ormai vecchio Maestro Jedi potesse impugnare la sua vecchia spada laser per combattere eroicamente e platealmente contro Kylo Ren e il Primo Ordine, riunendosi a sua sorella Leia esaudendo un sogno di fan rimasto in sospeso per due anni dopo il potente cliffhanger di Star Wars: Il Risveglio della Forza. I miei dubbi ruotavano principalmente intorno a questa strana sensazione rimasta sul palato, come quando ti ritrovi davanti a un piatto di tagliatelle o gnocchi uguali a quelle che faceva tua nonna quando eri piccolo, che però, alla prova della forchetta, ti lasciano in bocca un gusto differente. Non cattivo, ma diverso e inaspettato. Come poteva essermi accaduto qualcosa del genere con una saga come quella di Star Wars, che vivo con trasporto da quando ho 4 anni, che è stata ravvivata in maniera sontuosa – ma rassicurante – da J.J.Abrams?

Ci sono volute altre due visioni del film, quella all’Arcadia di Melzo e all’UCI di zona una volta rientrato al campo base per capire il livello di affetto, rispetto avuto da Rian Johnson verso la saga di Star Wars. Ma anche del notevole coraggio dimostrato.

Nel corso di questi mesi mi è capitato di leggere le motivazioni più disparate secondo le quali “Questo film ha rovinato Star Wars”. Dai siparietti comici iniziali fra Hux e Poe Dameron, al trattamento del già citato Luke Skywalker, la morte di Snoke, la piattezza di Captain Phasma…

Potrei aver già scritto altre volte che… nulla di nuovo sotto al sole.

Parliamo di quella saga di film che, in sei capitoli, ha visto: degli orsetti pelosi combattere contro l’Impero, Jar-Jar Binks che pesta una cacca, l’agghiacciante comicità di C-3PO e R2D2 nella Trilogia Prequel, il romanticismo da romanzetto Harmony di Anakin e Padme, le origini di Palpatine che sono state raccontate con tre film arrivati quasi a due decenni di distanza dall’ultimo capitolo della Trilogia Classica senza che nessuno si lamentasse, un furfantello spaziale che va in giro su un astronave sgangherata a forma di pizza con un cane gigante alto due metri e mezzo a fargli da co-pilota.

È bene ricordare un concetto espresso dallo stesso George Lucas durante il panel dei 40 anni alla Star Wars Celebration: Guerre Stellari è principalmente un film per ragazzi. Stavo a circa 10 metri da lui quando l’ha detto per cui non sto qua a “linkare la fonte”. E in pieno 2018 quasi 2019 spero – sbagliando di sicuro, ma talvolta credo nell’ottimimso – che sia ben chiaro a tutti che le “storie per ragazzi” sono importantissime, specie quando si tratta di dover veicolare un mito e i messaggi a esso collegati. Vuol dire che se un bambino guarda Gli Ultimi Jedi e vede “un suo simile” che, nelle battute finali del film, attira a sé con la Forza uno scopettone che si “trasforma” in Spada Laser capisce direttamente, senza mediazioni quello che la storia vuole dirgli. Poi noi adulti possiamo fare tutte le elucubrazioni ermeneutiche del caso e nessuno ce lo impedisce, anzi.

E, per questo, sono fermamente convinto che Rian Johnson con Star Wars: Gli Ultimi Jedi abbia creato il perfetto mix fra celebrazione rispettosa di un’eredità pesante con cui lavorare – ha giocato su un terreno molto più instabile di quello di J.J.Abrams – e rottura con il passato.

Ho capito che l’iniziale perplessità su Luke Skywalker, sulla spada laser gettata ai porg, sul suo desiderio di defilarsi dalla ribalta della battaglia, sulla sua spalla scrollata durante lo scontro con Kylo Ren… era motivata solo ed esclusivamente dalle mie aspettative. Come molti, come lo stesso Mark Hamill, anche io mi attendevo uno Skywalker più in linea con un Obi-Wan 2.0. “Sì, ok, mi sono isolato da tutto e da tutto, ma ehy, tempo di andare a fare il culo a mio nipote e compagni”.

Nulla di più sbagliato, nulla di più banale.

Luke Skywalker è figlio di un continuo fallimento. Quello di suo padre, che ha fallito nel riportare equilibrio nella Forza, che è direttamente collegato a quello dei suoi mentori Ben Kenobi e Yoda quello suo, personale, di maestro Jedi. Ora, non so come funzioni la psicoterapia nella Galassia Lontana, Lontana, e se sia in voga come nella New York di Woody Allen, ma diciamo che di traumi, il nostro, ne ha avuti giusto un paio.

E tutto lo splendido “showdown finale” contro Ben Solo è puro Luke Skywalker al 100%. Che poi io mi aspettassi, per colpa del film che mi ero costruito in testa nei mesi precedenti all’uscita, un esito diverso è un’altra storia. La mia, nella fattispecie.

Quella spalla scrollata in maniera beffarda è perfettamente in linea con chi, qualche anno prima, si era goduto sornione il bacio di colei che non sapeva ancora essere sua sorella incrociando le braccia dietro la testa con estrema soddisfazione mentre Han Solo osservava la scena con malcelato fastidio. La sua potentissima proiezione interplanetaria è l’espressione massima delle parole di Yoda “A Jedi uses the Force for knowledge and defense, never for attack”.

Le parole dette da Kylo Ren, “Let the past die. Kill it if you have to. That’s the only way to become what you were meant to be” e, di nuovo, da Yoda in The Last Jedi “Time, it is…hmm, for you to look past a pile of old books, hmm? […] Heeded my words not, did you? “Pass on what you have learned.” Strength, mastery, hmm…but weakness, folly, failure, also. Yes, failure, most of all. The greatest teacher, failure is. Luke, we are what they grow beyond. That is the true burden of all masters” racchiudono tutto il senso di un film tutt’altro che semplice, facile, inevitabilmente divisivo (affermare che la pellicola è stata un insuccesso sarebbe stupido, così come sarebbe sciocco dire – al netto dei troll russi – che non ha fatto discutere. Poi, chiaramente, potremmo disquisire per giorni sul livello delle critiche addotte).

Sono cresciuto per anni e anni con una visione nobiliare, quasi dinastica della Forza, come se fosse di esclusiva competenza della stirpe Skywalker. Qua, a prescindere da quello che Abrams deciderà di fare con i genitori di Rey nel nono capitolo, viene desscritta come “popolare”, accessibile a tutti, anche da quel bambino con lo scopettone di cui parlavo qualche riga più su.

Non è stato facilissimo capire tutto questo, in mezzo a turbolenze aeree, principi di ipotermia e quell’immancabile punta di ansia e agitazione che mi accompagnano prima di ogni junket.

Ma poi l’ho fatto.

Ora riesco anche a perdonare a Johnson la trashissima scena di Leia che vola nello spazio (che appunto, ora che Carrie Fisher non c’è più, assume una sfumatura così dolceamara) perché Star Wars è prima di tutto un’esperienza condivisa che viene trasmessa di generazione in generazione.

Guerre Stellari continuerà anche quando noi non ci saremo più e continuerà a essere vissuto da quei bambini e bambine che, alle Star Wars Celebration o al nostrano Lucca Comics, vanno in giro con i cosplay di Rey, Kylo Ren o BB-8.

E per far sì che una storia possa continuare a vivere, uccidere il passato diventa un atto necessario.

Star Wars è morto, lunga vita a Star Wars!

CORRELATO

Nel cast tornano Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Lupita Nyong’o, Andy Serkis, Domhnall Gleeson, Anthony Daniels, Gwendoline Christie, Kelly Marie Tran, Laura Dern e Benicio Del Toro.

Trovate tutte le informazioni sul film, con gli aggiornamenti e le novità, nella scheda.

Scritto e diretto da Rian Johnson, Star Wars: Gli Ultimi Jedi è prodotto da Ram Bergman e Kathleen Kennedy, è uscito il 15 dicembre 2017, il 13 in Italia.