Una presentazione trionfale di Thierry Fremaux, un moderatore dell’incontro eccitatissimo (palesemente fan ma con stile e totalmente in adorazione del suo idolo), pubblico in visibilio, sala da 1000 posti strapiena all’ultimo giorno di festival. Sylvester Stallone è sul palco di Cannes con camicia a scacchettoni e stivali, look da Rambo 5. La ragione è che, come capita ogni anno per talent di tutto il mondo del cinema, anche lui è qui per parlare del suo cinema in un grande incontro celebrativo. Tuttavia contrariamente agli altri incontri (particolarmente mosci qui a Cannes, spesso condotti con il pilota automatico e senza idee) è stata una gran conversazione.

Tutto parte da Rocky e finisce con Rambo, in mezzo scelte, paure, svolte di carriera e come mai è accaduto quel che è accaduto negli anni ‘80 e ‘90. Vi riportiamo tutto l’incontro integrale.

Quello che unisce davvero i molti film molto diversi tra loro che hai fatto è la resilienza dei personaggi. Ti ritieni resiliente?

“Tutti lo siamo, da sempre. Intere civilizzazioni sono state distrutte e sono tornate. Se sei sconfitto, ti ricomponi e ti rimetti in piedi. Per questo è un tema interessante”.

Quanto metti di te nei tuoi film?

“Sono sufficientemente fortunato da capire che è importante non separare me dagli altri. Tutti noi siamo uniti dalla paura della solitudine e del fallimento e se sai raccontare quella storia il pubblico lo sente. Invece se ti ergi sopra al dolore o alla paura non interessa a nessuno, non sei umano. L’umanità bilancia le debolezze e ne fa una forza. Anche io ho fallito e come!
Rambo è il lato oscuro della natura, uno con cui molti hanno a che fare, si sentono isolati e soli. Rocky è quello ottimista, lui non è speciale, lo sa ma ci prova ad esserlo”.

Hai avuto un inizio di carriera non facile, hai mai avuto dubbi sul fatto che ce l’avresti fatta?

“Non pensavo ce l’avrei fatta. Ho avuto un incidente da piccolo e da lì mi porto dietro dei problemi fisici, come il lato della mia bocca che mi fa parlare strano. Quando facevo le pubblicità non capivano cosa dicessi. Ho capito davvero di essere messo male quando Schwarzenegger mi disse che avevo un accento. Che cosa?!? Tu lo dici a me?!? Io e lui dovremmo aprire una scuola di dizione perché, ragazzi, se ce la possiamo fare noi ce la può fare chiunque [lo dice imitando il tono del discorso finale di Rocky IV]”

Rocky è un film basilare per capire i suoi tempi ed è ingiusto che non venga citato quanto altri usciti in quegli anni. Diresti che è un prodotto del cinema e della società di quel periodo?

“È un tipico fenomeno dei tempi moderni. Rocky sulla carta è un fallimento bello e fatto: un attore che non è una star, un personaggio perdente e un film di boxe, genere che all’epoca andava sempre male. Eppure è accaduto qualcosa. Lo girammo in 25 giorni per meno di un milione di dollari, l’idea era quella di un uomo isolato fino a che non trova una donna grazie a cui rinasce. Non è un film di boxe, la boxe è solo il suo lavoro è una metafora.
Arrivò nel 1976, nel bicentenario della scoperta degli Stati Uniti, in un momenti in cui film come Taxi Driver, Tutti Gli Uomini Del Presidente e Quinto Potere raccontavano un mondo fosco, Rocky invece era ottimistico, proprio quello che il pubblico desiderava”.

Ricordi come andarono le riprese?

“Era davvero un prodotto fai da te. Io non sapevo niente di niente, nemmeno boxare. Tutti accettarono di lavorare per pochissimo, ci cambiavamo i vestiti nel retro di un’auto e si trattava quasi sempre dei nostri vestiti portati da casa. Il nostro operatore non aveva mai fatto un film. Diamine non ci potevamo permettere nemmeno un cane! Lo dovetti andare a cercare io. Però vedi… qualcosa di grande può venire dal nulla e non sai mai quando possa accadere.
Pensa che pure una volta finito il film non piacque, non lo volevano distribuire, dovemmo lottare per avere magari una distribuzione piccola da drive in, il cui biglietto costava meno. E a furia di insistere arrivò la distribuzione nazionale. Non volevano nemmeno me, volevano Burt Reynolds, Robert Redford… Chiunque! Anche un canguro sarebbe andato bene ma non io”.

Hai ancora le tartarughe del film ho visto

“Sì, hanno 40 e 55 anni! Sono grandi come questa sedia. Alle volte penso che dovrei fare un altro Rocky e mettermi con loro nella grande vasca! Tre tartarughe”.

Sono stato a Philadelphia, sulla scalinata, e ho visto tantissime persone in fila per percorrerla o farsi la foto sotto la statua. Come mai Rocky è così popolare ancora oggi?

“È un fenomeno e non è merito mio. Quando Rocky fallisce sulla scalinata e poi ritorna lì e riesce a percorrerla fa pensare a molti che scalandola possano riceverne un senso di impresa. Si tratta di un fenomeno incredibile, c’è un simbolismo non da poco nell’arrivare in cima e poter dire al cielo che ce l’hai fatta. È il potere del cinema. Pensa che l’unica ragione per la quale girammo quella scena fu che non avevamo soldi, ci serviva che Rocky facesse qualcosa per allenarsi quindi pensai che poteva salire la scalinata. Ma era davvero alta, quindi pensai che sarebbe stato meglio vederlo fallire e poi la seconda volta, per dimostrare la sua forza, l’avrebbe percorsa con il suo cane in braccio. Pesava 65Kg quel cane, provai ma non ce la facevo, l’immagine era bruttissima perché arrancavo, quindi scartai l’idea del cane”.

Pensi ancora che ci siano tanti Rocky nel mondo?

“Sempre. Penso che ci siano sempre più Rocky al crescere della popolazione e al complicarsi della vita. La lotta e sempre più dura. In quel momento della mia vita non ero nessuno, l’anno prima parcheggiavo macchine! Per cambiare ti serve solo una buona idea. Ed è importante fallire, tutti i fallimenti precedenti ti rendono più intelligente. Il successo alle volte ti rende scemo, il fallimento ti rende furbo”.

Ai sequel ci avevi pensato? Quando lo scrivevi pensavi che avresti voluto tornare a raccontare quel personaggio?

“Sono stato criticato per i sequel ma in fondo una serie tv non è una serie di sequel? Segui un personaggio per dieci anni e lo ami, invece un film lo devi fare una volta sola? Certo alcuni sì ma altri hanno personaggi che vedi all’inizio della loro vita, perdono, tornano e quando lo fanno hanno problemi responsabilità, paure, poi si sposano ecc. ecc. Ho scritto Rocky originariamente come una storia in tre parti, non avevo un lavoro e già avevo scritto i miei prossimi tre film!
Lo stesso con Rambo. Nessuno voleva farlo, io fui l’11esima scelta! Nel libro era un personaggio terribile, un selvaggio, noi ne facemmo un uomo con il cuore spezzato che si sente rigettato da sua madre: l’America. Un po’ James Dean in La Valle dell’Eden. Per questo la sua storia deve continuare. E poi odio vedere la gente morire nei film, non mi piace, preferisco che si feriscano e se ne vadano. Pensa che negli ultimi 3 film di Rocky era sempre previsto che morisse e Rambo doveva morire nel secondo. Era la scelta più logica lo so ma facemmo quella illogica. Il bello dell’arte è proprio giocare con la realtà”.

Come hai vissuto il successo dopo Rocky? Come sceglievi i film?

“Sapevo di essere limitato come attore, per via del mio fisico. Ad Hollywood ti dicono di essere versatile, che devi fare di tutto, che è una cosa bella ma non è vera, non accade. Ci sono delle cose che sai fare bene e un altro invece no, ma lui ne sa fare altre che tu non sai fare. Io non faccio Tootsie e Dustin Hoffman non può fare Rambo, è così. Ho voluto concentrarmi su qualcosa, su alcuni temi e perfezionarmi, altri sanno fare altro meglio di me, io voglio fare quel che so fare al meglio. Quando ho provato a fare altro sono finito in Fermati o Mamma Spara!. Terribile. Così sono tornato ai film cui appartengo”.

In tutto questo ad un certo punto hai cominciato a dirigere. Cosa ti spinse?

“Quando Rocky vinse miglior film e miglior regia agli Oscar scrissi il secondo capitolo ma il regista lo odiava. Lui voleva che Rocky diventasse corrotto, che bevesse e finisse nella Playboy Mansion. Per me non era proprio da lui. Così Avildsen se ne andò e allora mi dissero “Perché non lo dirigi tu?” – “Mmmmmh interessante” risposi.
All’epoca in cui mi misi su Rocky 2 avevo girato Taverna Paradiso, era una settimana che stavo sul set di Rocky 2 e serpeggiava già sfiducia perché mancava il regista che aveva vinto l’Oscar con il primo. A pranzo andai in un cinema a vedere come andavano gli incassi di Taverna Paradiso, c’erano 4 persone. Pensai che era un momento di quelli in cui impari molto. Pensai che ero un fallimento e che stavo per dirigere un film che doveva seguire un altro che aveva vinto un Oscar. Era una gran pressione.
In generale amo dirigere ma forse negli anni mi sono un po’ bruciato. Rocky Balboa, poi Rambo IV e poi I Mercenari, uno all’anno senza tornare mai a casa e dormire nel mio letto, ci è voluto un po’ per riprendermi ma ora sono pronto”.

Tra Rocky 2 e Rambo hai lavorato sul tuo corpo. Lo volevi scolpire come un’opera?

“Quando alteri il tuo corpo cambia tutto, l’ho capito in Copland. Ti cambia la personalità proprio, diventi narciso perché sei in forma e vuoi camminare nudo, al contrario in Copland volevo andare in giro in un poncho. In Copland giravo con del silicone in un orecchio per capire come sia non sentirci da un orecchio e mi cambiò la vita: non senti bene, sei isolato e devi sporgerti sente per sentire il che ti mette a disagio. Cambiò proprio come recitavo. Per Rambo 4 sono salito di peso per diventare una bestia, lui non è più un uomo ma una cosa, è un animale, è andato, ha chiuso, non gli importa niente, lavora con i serpenti, con ciò che è pericoloso”.

Rambo fece centro in ogni spettatore arrivò alla fine della guerra in Vietnam e fece più di qualsiasi affermazione politica. Quando capisti che era diventato più di un action hero qualsiasi?

“Ci è voluto del tempo. Io sono politicamente ateo, non avevo nemmeno mai votato prima di quel momento. Rambo non aveva niente a che vedere con la politica, era una bella storia sull’alienazione. Facendo ricerche capii che molti veterani tornavano danneggiati dal Vietnam, che c’erano tanti suicidi e pensai che forse quel film poteva fare del bene. Nel libro Rambo va ucciso, è un Frankenstein, è danneggiato ma io non volevo questo messaggio mi sentivo responsabile per i tanti veterani pronti ad uccidersi. Lo portammo all’estremo e lo facemmo sfogare ma mai mai mai doveva essere un’affermazione politica, tuttavia lo divenne e prese vita da sé. Ma non ho mai fatto un film per affermare qualcosa su un partito o un altro.
Reagan disse: “Ho visto Rambo ed è Repubblicano” [si porta la mano sul volto in segno di sconforto ndr]. Quindi alla fine che dire? Pare sia repubblicano.
Come sapete Rambo non torna mai a casa, in questo nuovo film sì ma in una maniera che non gli consente mai di arrivarci davvero. Lui è lì ma è come se non ci fosse”

Chi ti ispirava all’epoca?

“Non manca mai l’ispirazione è un processo che non si ferma, tutti hanno problemi e ci sono ispirazioni ovunque per scrivere. Prendi un qualsiasi giornale e ogni giorno ci trovi 4 idee buone per un film. Non avere idee non è una scusa, sono lì fuori ogni giorno. Il dramma umano è inesauribile”.

E tra gli attori?

“Ero fan di Kirk Douglas e Steve Reeves, Spartacus e Ercole e la regina Lidia [ovvero Hercules Unchained in americano, lo stesso film molto noto in America cui è ispirato il titolo di Django Unchained ndr]. Ero attratto dai corpi, avevo 12 anni e pensai che era il mio futuro, cominciai a lavorare per dare una forma al mio corpo”.

Tra gli attori francesi c’è Jean-Paul Belmondo che è un tuo grande fan e voleva ti dessi questo [e gli consegna una foto autografata e incorniciata di Belmondo in tenuta boxe ndr]

“Grande! Pensa che per una vita ho cercato di rifare Borsalino senza successo! Delon lo controllava credo. L’idea era farlo io e Kurt Russell”

Sei diventato sempre più preciso come regista, e le scene di boxe di Rocky IV sono pazzesche, qual era la filosofia dietro quel modo di mostrare la boxe?

“Se guardi Toro Scatenato è proprio un altro mondo rispetto a Rocky IV, quella è una biografia fantastica su un uomo, Rocky IV è una battaglia. Quindi per l’incontro volevo un superuomo. Ne provinai tantissime di persone gigantesche provenienti dalla Russia, poi entrò Dolph Lundgren nella stanza e lo odiai da subito. Non capivo perché, ma era perché era perfetto. Era così che immaginavo un atleta creato a tavolino, perfetto, indistruttibile, tutto gigantesco. Invece Rocky è pieno di difetti, è basso e sformato. Dolph è un vero combattente e la cosa ci aiutò ma ci vollero tantissimi mesi di prove. Pensa che i combattimenti di Creed II hanno richiesto un mese di riprese, il nostro lo girammo in 2 giorni. Pensa quante prove avevamo fatto! Quando lo rivedo ho l’impressione di una follia. Fu brutale. Ad un certo punto volevo talmente tanto realismo che dissi a Dolph di provare a fare sul serio, di provare a buttarmi a terra. Che idea cretina… Mi dovettero portare al pronto soccorso, reparto intensivo per 4 giorni, era pieno di suore intorno a me e gente che mi chiedeva se volessi telefonare ai miei cari. Pensavo sarei morto. Lì l’ego di Dolph volò veramente alto. Sono contento però, perché non lo rifarò mai più e almeno l’abbiamo filmato.
Spesso sono criticato per il fatto che Rocky IV è tutto montaggi musicali. Certo che lo è! Volevo proprio un montage movie, sappiamo chi è Rocky ormai e io volevo mostrare il suo viaggio, cosa accade, i soldi, la paura e Dolph. Così sperimentai con i montaggi musicali. Criticamente mi uccisero ma fu il film di Rocky di maggior successo. Sta lì la dicotomia. Amo tutto di quel film tranne quel robot scemo all’inizio, non so davvero come mi sia venuto, come abbia potuto volere un aspirapolvere parlante. Anzi lo so! Senti qua, senti quanto sono scemo e suggestionabile: ero in una pizzeria e c’era quel robot lì che parlava e diceva di comprare una pizza, ma non avevo realizzato che in realtà era un altoparlante, la voce era di una persona dietro il muro con il microfono. Lo volli subito. Non discutemmo più la cosa e me lo ritrovai sul set il giorno delle riprese. Ecco, questo è quanto sono ingenuo”.

Tra il 1985 e il 1995 sembravi essere esitante a prendere ruoli rischiosi. Sai dire adesso perché accadde?

“Come attore andavo in automatico. Non era colpa di nessuno, al massimo mia. Sai all’epoca il business funzionava che venivi incasellato e ti assegnavano sceneggiature e film anche con due anni d’anticipo. Contratti fantastici! Era tutto preparato matematicamente, una catena di montaggio e prima che te ne rendi conto sono 8 anni che fai merda prodotta in serie, invece di scegliere i ruoli con accuratezza e magari passare del tempo con il regista a prepararli. È merda. Non incolpo nessuno, si facevano così gli affari allora, la star era il boss, a nessuno interessava il team. Oggi invece la storia conta più di tutte, se il film è mediocre va male a prescindere dalla star, che invece all’epoca garantiva almeno una grande apertura”.

Rimpianti?

“Molti! Tu puoi spegnere quando passano quei film io ci devo convivere! Mia figlia ancora mi chiede perché abbia fatto quelle schifezze. Le rispondo: “Come credi che abbia pagato i tuoi studi! Stai zitta!”.”

Poi arrivò Copland, ti ha salvato artisticamente è vero?

“Sì, James Mangold è un grandissimo regista, molto intelligente. Pensai di essere andato molto oltre nel genere dei film fisici, così volli provare quell’altra dimensione, mangiare molto per liberarmi del corpo e lavorare su altro, sul linguaggio della recitazione. Il mio personaggio era il più debole del film, prendevo screzi da Ray Liotta, Harvey Keitel e Robert De Niro, gente che in qualsiasi altro film avrei riempito di pallottole prima del secondo atto!
Allora c’era uno stigma su chi faceva cinema d’azione, si diceva non sapessero recitare, e spesso era vero. Io volli sfidare alla pari De Niro e Keitel, una sfida a guardarsi negli occhi e provare che non ero solo un attore fisico, che potevo lavorare davvero sulle emozioni. Ho amato quel film”.

Ricordo le reazioni a Rocky Balboa, furono molto sentimentali. E quel montaggio finale di tutte le persone sulla scalinata, come ti è venuto?

“Io avevo già tentato di rifare Rocky con John Avildsen nel quinto capitolo ma la magia non si creò e l’idea del combattimento in strada era sbagliata. Pensavo fosse interessante ma mi si rivoltò contro, fu deprimente. All’epoca del sesto la mia carriera stava precipitando, niente telefonate, agenti licenziati… Era finita. Eppure c’era una cosa che volevo aggiustare: Rocky. Fare un ultimo film e poi andare in pensione, l’avevo anche discusso con mia moglie. Era deciso. Gli studios mi dissero: “Tu sei finito e il personaggio è finito” e li capisco, erano passati 17 anni dall’ultimo film che era stato un disastro, io avrei dovuto fare il pugile per una generazione che non sapeva chi fossi. Però ho insistito e ho lottato e alla fine ho incontrato un produttore che l’ha accettato, anche se il budget era minuscolo. Tutti ridevano di me e io lo capivo, ma non è un film di boxe, è un film di lutto e perdita. La vita di un uomo fino a 45 anni è bella: compri casa, sei bello, i figli si diplomano. Poi dopo i 45 i ragazzi se ne vanno, la casa ha problemi, perdi il lavoro e gli amici muoiono, è tutta sottrazione e come la affronti? Cazzo è un film in sé! Dolore vecchio da rimpiazzare con quello nuovo, Rocky deve purgarsi. Lo studio mi disse “Nessuno vuole vedere una storia simile” e io gli dissi “Invece sì”. Lo considero il punto più alto della mia vita, più difficile da fare del primo Rocky, incredibile! Per questo misi alla fine tutte le persone sulla scalinata. Ero pronto alla pensione e poi di colpo arrivarono di nuovo le richieste, un nuovo Rambo e poi I Mercenari, tutto funzionava di nuovo”.

Poi sei stato anche nominato all’Oscar per Creed. Hai richiamato quelli che ti dicevano che eri finito?

“Sai cosa? Non hanno più un lavoro. Tutti quanti”.

Rocky è pronto per un’altra generazione?

“Ammetto di avere ancora una grande idea ma non so se la farò. Rocky che finisce in Messico a fare incontri illegali e diventa così tutt’altro. Penso sia fenomenale. Alla fine ti stanchi di vedere sempre lo stesso trucco da un prestigiatore perché sai come funziona, questo però sarebbe qualcosa che non hai mai visto, completamente diverso. Portarlo da un’altra parte credo possa funzionare”.

I Mercenari parla dell’obsolescenza delle star, come ti è venuto in mente, come hai scritto un film così crepuscolare?

“Avevo portato mia moglie a vedere una revival night di vecchi cantanti. C’erano i Righteous Brothers ma sono morti tutti, era un fratello solo. C’erano i Young Rascals ma non erano young per niente, tutti vecchi. Faceva tutto schifo eppure era sold out. Pensai allora che forse la gente voleva vedere tutti gli eroi della propria infanzia insieme. Sarebbe stato strano ma interessante. Perché non facciamo come i musicisti? Prendi quello, quello, e quell’altro, ognuno è speciale, gente d’azione che insieme è ancora una forza. Nacque così, da un brutto concerto. Non sai mai dove ti coglie l’ispirazione”.

Poi hai fatto Escape Plan con Arnold…

“Ehi quello tutto ciò che ha l’ha rubato a me! Glielo ricordo sempre. No scherzo dai. Beh insomma… No no scherzo. Ci odiammo davvero, non ci sono dubbi, ma era un bene. Tutti hanno bisogno di un concorrente da odiare, io di sicuro e se non lo avevo me lo creavo. Ho bisogno di odiare qualcuno, mi fa svegliare la mattina. Lui poi è un tipo incredibilmente competitivo, 7 volte mr Olympia, pensa te! Ci attaccavamo alla giugulare e ora invece siamo amici. Perché sa che sono migliore di lui. No scherzo. Però lo sono. No davvero, Arnold è un grande, un duro di quelli veri.
Siamo finalmente arrivati ad Escape Plan anche se sapevamo di essere in ritardo di 35 anni, ma prima non riuscivamo ad accordarci su niente. Nemmeno sul tipo di coltelli che avrei avuto io e quali lui. Alla fine ce l’abbiamo fatta, è l’ultimo film della sua tipologia, non vedrai mai più un film così, quindi va filmato finchè è possibile.
Sai in streaming ci sono grandi serie e poi ci sono i film giganti ma è un’altra cosa, non potrei mai girarli, ci vuole un’altra testa, forse più pazienza e io non ne ho tanta”.

Qual è la storia di Rambo 5?

“Rambo torna a casa alla fine del film precedente, 11 anni fa. Iniziamo con una terribile tempesta in cui lui cerca di salvare la gente, a cavallo. Fa il volontario perché ha ancora il senso di colpa di non aver salvato i compagni in Vietnam e ha problemi con la crisi da stress post traumatico. Vive in un bel ranch ma in realtà sta tutto il tempo nei tunnel sotterranei, chilometri di tunnel. Ha una famiglia adottiva il cui padre è scomparso e così lui fa da padre surrogato per una ragazza, è diventato paranoico di tutto ciò che le accade. Così quando lei scopre che il padre vero sta in Messico e vuole andare a trovarlo Rambo si oppone, lei lo farà lo stesso e da lì accadranno brutte cose. In questo film Rambo davvero lotta con la crisi da stress post traumatico, fuori dalla sua proprietà sta male perché non può controllare niente. Così ne accadono di brutte cose. Tante gente si fa male in questo film…”.

Hai mai pensato ad una serie di Cobra?

“Quando pensai a Cobra immaginai Bruce Springsteen con un distintivo. Rock e drama. Poteva essere un franchise ma l’ho rovinato. Proveremo a farne una serie, io non ci sarò ma l’idea è buona”.

Ti dispiace non aver vinto l’Oscar?

“Sì mi dispiace ma sai è nello stile di Rocky arrivare molto vicino e poi non vincere. Tuttavia non si arrende mai. Inoltre è più importante che vinca il film che l’attore. Amo competere ma onestamente come puoi far competere attori che recitano ruoli diversi? Capisco fosse lo stesso ruolo ma se sono diversi come fai?”.

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