Un festival oggi ha a che fare unicamente con i film che sono pronti in quel momento. È una massima che sembra scontata ma in realtà non lo è. Non solo perché è esistito un tempo in cui aveva a che fare con tutti i film dell’anno, i quali aspettavano volentieri il festival per uscire (anche oggi accade, ma raramente e solo per certi autori che senza festival avrebbero una vita durissima) ma anche perché spiega bene le ragioni di alta e bassa marea. L’anno scorso è stata un’annata eccezionale per il Festival di Venezia, lo dicemmo all’epoca, lo ha detto quest’anno Barbera, mentre il programma dell’edizione 2019 lo è meno. È facile chiedersi se Cannes non abbia fatto un lavoro migliore, in realtà è più probabile, per tornare all’assunto iniziale, che a parte i soliti noti in molti avessero un film pronto a maggio e meno a settembre.

Alcuni dei titoli più attesi che non ci sono è perché non sono pronti (vale per The Irishman di Scorsese ma anche per il Piccole Donne di Greta Gerwig). Mentre praticamente tutto quel che è pronto c’è a parte un paio di film soffiati da Toronto e il quinto Rambo sul cui destino non si sa niente. Sarà ovviamente su tutti i nomi che non conosciamo, che non ci dicono molto e che non possiamo considerare fino a che non abbiamo visto il film che si giocherà la partita. Come sempre. Anche perché nelle mirabolanti edizioni di Alberto Barbera se una cosa è mancata è l’esplosione clamorosa e flagrante di un nuovo talento scoperto dalla mostra.

La selezione di quest’anno si presenta quindi meno clamorosa di quella passata e come accade da un po’ di tempo cerca oltreoceano le voci nuove (o almeno i film che per natura, genere e posizionamento paiono più nuovi) mentre i grandi maestri li prende nel continente eurasiatico. Il Kore-eda francese, Atom Egoyan, Assayas, Guédiguian, Andersson, Costa Gavras, Polanski… Questa volta tuttavia sembra che a dare una grande sferzata saranno le serie tv. Quel processo iniziato diversi anni fa, quello delle serie televisive che entrano nei festival e che guadagnano sempre più terreno è arrivato ad avere due grandissime serie (fino all’anno scorso ce n’era quasi sempre una sola grande e al massimo un’altra più piccola) molto attese, molto forti. Sono The New Pope di Sorrentino e soprattutto Zero Zero Zero la nuova collaborazione tra Sollima e Cattleya prodotta da Sky Studios, una serie davvero internazionale in cui l’Italia è un paese come altri (nella trama, produttivamente no).

Addirittura si fa strada per la prima volta un film-concerto, Roger Waters Us + Them, materia una volta da home video, poi diventato ufficialmente un contenuto per i cinema e adesso approdato in un festival.

La corsa all’Oscar

La posizione e lo statuto cui Venezia è arrivata fa sì che i film che si ritrova, cioè quelli buoni per la selezione a Settembre, sono ormai quelli che vogliono fare la corsa all’Oscar (c’è Toronto in contemporanea da cui l’anno scorso uscì il vincitore Green Book ma stavolta sembra che siano qui i più accreditati). Quindi la sorpresa non è che Venezia ospiti Joker di Todd Phillips o Ad Astra di James Gray, ma semmai che questi siano i film che correranno per l’Oscar. E sorprende soprattutto la scelta del film con Joaquin Phoenix per quanto da tempo abbiamo capito che i collegamenti con il mondo del fumetto saranno veramente veramente blandi.

Avrà insomma più problemi l’anno prossimo Thierry Fremaux a dire che Venezia è una succursale di Hollywood, nonostante vedremo almeno Kristen Stewart, Johnny Depp, Adam Driver, Brad Pitt, Meryl Streep, Joaquin Phoenix, Joel Edgerton, Thimothé Chalamet e Robert Pattinson, forse anche di più. Stavolta la presenza americana è più contenuta e proporzionalmente corretta con quella degli altri paesi. Sono semmai altri i trend curiosi come il fatto che il festival porterà una quantità impressionante di film in costume e (come accade ovunque da ormai 10 anni) di storie vere rielaborate, mentre calano i film di genere che l’hanno scorso erano esplosi.

Gli italiani

Sembra incredibile dirlo ma quest’anno sono gli italiani a incuriosire. Perché Sole di Sironi è un film di cui si parla da molto, perché il ritorno di Franco Maresco (e in concorso) fa sperare benissimo, per le due serie nominate già e perché Pietro Marcello è un talento molto apprezzato che adesso dovrebbe esplodere nel mainstream, certo Martin Eden non sembra proprio uno sfascia botteghini ma con Luca Marinelli e un po’ di buzz (se il film è buono ovviamente) potrebbe diventare un film da ricercare. Senza contare che fuori concorso ci saranno Francesca Archibugi (che non sempre è a fuoco ma quando centra il film è fantastica) e Gabriele Salvatores senza aspettativa alcuna. E attenzione al documentario che Elisa Amoruso ha girato su Chiara Ferragni, lei ha lo sguardo giusto per riuscire a raccontare una delle storie più importanti che ci siano adesso (i nuovi imprenditori della celebrità) e riflettere su un personaggio italiano clamoroso che la nostra industria culturale sembra far finta che non esista.

In quella che è ormai una triste consuetudine di Venezia latitano molto gli asiatici (sostituiti negli anni passati dai sudamericani ma quest’anno troviamo solo la loro punta di diamante, Pablo Larrain, a rappresentarli). Nelle sezioni principali ci sarà No. 7 Cherry Lane di Yonfan che è un lungo di animazione e soprattutto Saturday Fiction di Lou Ye (La vérité, il film francese di Kore-Eda ognuno lo consideri come vuole) e null’altro di rilevante. Ovviamente sperando di essere smentiti dalle proiezioni.

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