Che sarebbe stata un’edizione non convenzionale della Festival di Venezia lo si doveva capire da quella giuria così eterogenea, con un presidente dalla notorietà, dalla fama e dal successo (critico) non superiore a quella degli altri giurati, anzi in alcuni casi inferiore (fatto che rischia di porre problemi perché i giurati hanno personalità ingombranti e chi presiede dovrebbe avere un’influenza su di loro), dalla presenza in concorso di un cinecomic come Joker e da quegli strani film italiani: un’opera teatrale filmata, un film di Franco Maresco (!!) e poi Martin Eden, unico film “da festival”.

Si era detto che nell’anno di una Cannes forte Venezia soffre, il programma sembrava quasi farlo presagire e invece… Invece nonostante un’inaspettata debacle della Cina (che peccato! due film in concorso e due disastri senza paragoni nelle filmografie di quei due registi) il concorso ha regalato tantissime perle e alcuni film davvero maiuscoli. Che Roman Polanski abbia girato il suo miglior film da 10 anni a questa parte non era prevedibile, come non lo era che Noah Baumbach trovasse finalmente la quadratura del cerchio del suo cinema, che Todd Phillips davvero potesse piazzarsi tra Nolan e Taxi Driver, che Franco Maresco potesse superare Belluscone e che Pablo Larrain dopo la parentesi americana fosse tornato al meglio. Forse hanno deluso quelle che dovevano essere delle scoperte, perché Babyteeth è davvero povero, The Perfect Candidate è un film corretto e ben eseguito ma piatto e A Herdade non ha mai l’afflato e l’epica di una famiglia e un paese che pensa di avere. Nel complesso però è stata una grande edizione spinta in alto da una premiazione storica (che poi è quello che si ricorda dei festival).

Joker

Su cosa significhi un Leone d’Oro ad un film come Joker abbiamo scritto un articolo a sé, tanto è un fatto clamoroso e destinato a segnare un punto nella storia del cinema.

Il resto del palmares parla però delle lotte intestine di una giuria che ha faticato tantissimo e forse dà anche un’altra indicazione.
Perché il premio ad Ariane Ascaride è una follia, chiaramente è frutto di quel che ha fatto in una carriera intera e non di quel che fa in Gloria Mundi, film di bassissimo livello da ogni punto di vista, fuori dal tempo, incapace di parlare di quello che è il cinema oggi e, ancora più grave, di quello che è il mondo oggi, privo delle spalle per reggere un concorso, buono per essere un punto d’incontro per giuriati disperatamente alla ricerca di un titolo su cui accordarsi. Alla stessa maniera che N.7 Cherry Lane, forse il più sbeffeggiato, deriso, sconclusionato, cialtrone e involontariamente ridicolo film del festival abbia preso il premio alla sceneggiatura ha stupito il regista stesso che nel ritirarlo ha detto (parafrasando a memoria!) “Mi hanno sempre preso in giro e criticato per le mie sceneggiature e ora ho vinto proprio il premio alla sceneggiatura!”

È chiaro che su 21 film in concorso non tutti possono essere “perfetti per il concorso”, tuttavia è in casi come questi che viene da pensare che l’inclusione di titoli simili sia dannosa e possa finire a levare riconoscimenti ad altri film che avrebbero potuto meritarli.

Detto ciò (lo ripetiamo) la giuria ha emesso un verdetto azzeccato, audace e storico.

L’Ufficiale e La Spia

Che non sarebbe stata una delibera facile con Lucrecia Martel lo si era capito da quella conferenza d’apertura in cui era sembrato che la presidentessa avesse dei pregiudizi verso L’Ufficiale e La Spia, il film di Roman Polanski (poi chiariti e infatti il film è andato a premi), avvisaglia di contrasti, litigi e punti di vista differenti che subito sono trapelati. Si temeva per questo il peggio, perché solitamente da grandi contrasti emergono strane alleanze e strani film che mettono d’accordo, invece l’impressione è che le forze in campo si siano spartiti i premi (e le esclusioni).

Forse lo scopriremo tra qualche mese ma si fa forte l’idea che Paolo Virzì si sia fatto promotore del buon esito dei due film italiani (ovviamente non solo lui, serve che ci sia accordo tra gli altri giurati, nessuno assegna un premio da sé) e bene ha fatto perchè la Coppa Volpi a Luca Marinelli è sacrosanta, tanto quanto un riconoscimento al genio difficile, ombroso, cinico ma anche purissimo di Franco Maresco, finalmente in concorso e finalmente incensato dal sistema. Lui è forse l’unico tra i cineasti del concorso ad aver fatto un film sulle immagini.

È stato incensato come merita anche Roman Polanski, forse anche grazie a quell’equivoco iniziale che ha reso complicato tenerlo fuori dai premi. Questo procurerà nuovi grattacapi con la stampa ad Alberto Barbera (che però ormai è chiaro che li accoglie con lo spirito di un boxeur, sempre pronto ad incassare pugni in attesa di assestare i propri), già accusato ad inizio festival per averlo selezionato in concorso, alfiere della lotta contro le quote rosa come rimedio alla scarsità di donne registe in concorso (la sua linea è diversa: ci stiamo lavorando, ci vuole tempo, non può dipendere dai festival che sono il termine della catena di produzione, le cose stanno migliorando, premiare chi non merita non le aiuta, anzi) e per questo nell’occhio del ciclone.
Un premio poi l’ha preso pure il buon Roy Andersson, beniamino di chiunque, già Leone d’oro con Un Piccione Seduto Su Un Ramo Rifletta Sull’Esistenza nel 2014 che esce da quest’edizione con il premio per la regia, com’è giusto. About Endlessness dura 76 minuti ed è un compendio di umanità che grida un bisogno d’affetto e una sete di sentimenti che nulla può sanare. E lo fa facendo ridere quasi senza usare le parole, solo con la forza mostruosa di ambienti ricostruiti, recitazione fantasmatica e movimenti precisissimi. Che uomo!

About Endlessness

Purtroppo esce ancora una volta a bocca asciutta Pablo Larrain, stavolta forse era davvero il suo il film migliore della Mostra, quello che tra diversi anni ricorderemo ancora, quello che già dalle prime scene acchiappa, che lavora sul corpo di Mariana Di Girolamo (una voce matta a più di 24 ore dalla premiazione dava Ema Leone d’Oro e Mariana Di Girolamo premio Mastroianni, sogni bagnati proprio).

Quand’è che questo cineasta immenso, probabilmente il più amato, considerato, studiato e imitato nel giro della cinefilia dei nostri anni riceverà il premio che merita? Com’è possibile che non sia mai il suo turno, che continui a girare film come No, El Club ed Ema senza vincere nessun primo premio? Certo con il senno di poi questo non era proprio il suo anno, un film così audace riguardo la figura femminile, così spregiudicato, sessualmente potente e divisivo era difficile che mettesse d’accordo una giuria così attenta al tema. È una sconfitta (su questo campo) aver scelto tra le due forme di attenzione alla donna, quella più blanda e dichiarata di Babyteeth.

Eppure prima o poi la ruota dovrà girare anche per lui, una giustizia deve esserci!

Ema

Infine menzione a parte per gli altri formati che guadagnano terreno.

Le due serie tv presentate (là dove, lo ricordiamo, fino ad oggi veniva presentata una serie importante ad annata, al massimo una importante e una miniserie o una importante e una meno) sono state una bomba. E se The New Pope era lì per questioni di tempismo, perché esce tra poco e il Festival di Venezia è una buona vetrina, ZeroZeroZero è prevista per il 2020 (mese da decidersi ancora), il Lido per loro è stata proprio una scelta e l’hanno sfruttato facendo una grande attività stampa.

La Realtà Virtuale invece soffre ancora di giurie che non la capiscono. Non è una questione da poco come sembra, perché in un settore in cui non è facile vedere i titoli il prodotto vincente è quello che fa da biglietto da visita, se quelli buoni non vincono è un problema, possono anche finire nel dimenticatoio. Ha vinto The Key, installazione che con qualche idea e un’animazione stentata usa la coperta della buona causa umanitaria per coprire la sua povertà, sotto la denuncia non ha niente a sostenerla. Un peccato.

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