Una prima comunicazione è arrivata qualche settimana fa, il festival di Cannes diceva che “L’edizione 2020 si svolgerà come previsto”; un’altra arrivata via mail pochi giorni fa a tutti gli accreditati confermava la conferenza stampa di annuncio dei titoli per il 16 aprile alle 11 del mattino. Questi messaggi rassicuranti hanno fatto pensare a molti l’esatto contrario, cioè che il festival probabilmente non si terrà. Sono comunicazione inusuali, che Cannes non ha mai fatto e che suonano come tentativi in extremis di rassicurare stampa e professionisti dubbiosi sul partecipare (oltre che tenere a bada i film selezionati che potrebbero per paura decidere di scegliere altri festival importanti che si svolgono solo 3 mesi dopo).

Del resto due importanti manifestazioni che dovevano tenersi a Cannes in queste settimane sono state o annullate (MipTv, mercato della televisione di fine marzo che salta all’edizione 2021) o rimandate Canneseries (il festival delle serie tv che si terrà invece ad ottobre).

Nel chiedersi e ragionare sulle possibilità bisogna tuttavia tenere presente che al momento è assolutamente impossibile capire cosa accadrà, troppe sono le variabili, si può solo cercare di capire quali opzioni abbiano Thierry Fremaux e Pierre Lescure.

Bisognerà prima di tutto vedere cosa avviene con i contagi in Francia e quali normative verranno emanate. Ad oggi la regola è che sono vietate le manifestazioni con più di 5.000 persone nello stesso ambiente e un portavoce del festival interpellato da Indiewire ha dichiarato che per loro non è un problema perché la sala più grande, il Grand Theatre Lumiere, fa poco più di 2.000 posti. La perplessità di Indiewire è tuttavia la stessa di chiunque altro sia stato a Cannes: non c’è solo il cinema, c’è tutto il palazzo, la folla nelle strade e nelle zone del mercato.

Tuttavia ad oggi il festival anche tramite il portavoce continua a sostenere che l’edizione si terrà. Non giocano in difesa perché è evidente che rassicurare tutti è determinante per l’effettivo concretizzarsi dell’edizione. Non c’è infatti solo la normativa francese presente e futura da tenere in conto, perché qualora anche il festival si potesse tenere a livello legale c’è da capire chi verrebbe.

Ci sono tre tipologie di professionisti che convergono ogni anno a Cannes: stampa, delegazioni (cioè le persone che accompagnano i film dai produttori agli attori ai registi e tutti i loro assistenti) e chi viene per il mercato (venditori, compratori, rappresentanti di festival).

Già all’EFM (European Film Market), il mercato della Berlinale, la Cina sostanzialmente non si era presentata e, incredibile, il mercato non sembra aver subito un grosso contraccolpo. Per il piccolo campione che possono essere le società italiane è stato un mercato buono o molto buono, di certo non terribile. Se l’EFM si tenesse ora probabilmente anche coreani e giapponesi non verrebbero.

Quindi è abbastanza certo che la Cina non ci sarebbe a Cannes e a questo punto non ci sarebbero la Corea e il Giappone. Tuttavia dalle notizie che arrivano dall’America sembra di capire che un peggioramento della situazione potrebbe portare anche gli Stati Uniti a non presentarsi. Il che vuol dire che al mercato mancherebbe il prodotto più succoso in assoluto. È vero che a essere venduto è più che altro prodotto non americano, ma è anche vero che i compratori più bramati da tutti sono gli americani.

Se parliamo delle delegazioni invece il discorso è ancora più clamoroso. Perché un ufficio stampa che viene contagiato o anche un produttore che viene contagiato e rimane in quarantena per un certo periodo fa un danno, un regista importante, un attore di Hollywood e un qualsiasi nome clamoroso non è sostituibile e non può lavorare al telefono, di fatto la sua assenza blocca un set intero. Nessun produttore manderebbe una star in una situazione a rischio contagio, poiché le perdite eventuali sarebbero grandissime.

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Infine il festival di Cannes non sbiglietta, cioè non vive di biglietti venduti, vive di rassegna stampa. A differenza della Mostra di Venezia i film li possono vedere gli accreditati (stampa e cinefili) e gli invitati. Se il contagio europeo aumenta (come sembra) sarebbero moltissime le defezioni dei giornalisti, il che risulterebbe in una rassegna stampa molto piccola. E la rassegna stampa è uno dei metri principali attraverso i quali i festival dimostrano la bontà dell’investimento statale fatto su di essi.

Tutto questo fa pensare che al festival convenga saltare quest’edizione ma la realtà è l’esatto opposto, stanno dimostrando in tutti i modi di volerla fare perché saltare un anno potrebbe essere un danno ancora maggiore. È una questione di film perduti, di immagine dannosa, di fondi governativi saltati e di tutta una macchina parallela al festival che avrebbe un buco mostruoso (si pensi all’indotto che porta ad una città piccola come Cannes un evento che, dati alla mano, nel mondo è secondo solo alle Olimpiadi per numero di accreditati). Evidentemente regione e comune spingono con tutte le forze perché il festival si faccia anche se, magari, in versione ridotta. Cosa voglia dire “ridotta” sarebbe tutto da vedere ovviamente.

In caso di annullamento però che fine farebbero i grandi film che avevano un posto a Cannes? La vulgata vuole che ne beneficerebbero gli altri festival ma è vero solo fino ad un certo punto.

Molti film (tra i più grandi) sicuramente uscirebbero e basta, senza passaggi festivalieri, altri che invece hanno bisogno assolutamente di un festival per la loro vita dovrebbero ripiegare su manifestazioni successive. Tuttavia, sempre ad Indiewire, Alberto Barbera ma anche altri direttori di festival vicini a Cannes, come Toronto ad esempio, ha spiegato che sarebbe molto complicato per loro assorbire quel che Cannes non ha potuto mostrare. Di certo qualcuno dei più illustri sarebbe preso volentieri (come del resto capitò col famoso pacchetto Netflix rifiutato da Cannes due anni fa che finì dritto a Venezia a partire da Roma di Cuaron), ma i posti disponibili non sono infiniti e una stessa giornata non può ospitare 5 film grandissimi ma nemmeno 5 film di medio livello, perché non respirerebbero, non avrebbero spazio e stampa per fare le loro attività e non avrebbero l’attenzione sul red carpet o nei notiziari per la quale vengono al Lido.

Tutto ciò però potrebbe non valere per le sezioni parallele. La Quinzaine Des Réalisateurs e la Semaine de la Critique lavorano infatti insieme ma separatamente al festival, presentano un programma parallelo, cioè hanno i loro film, il loro comitato di selezione, la loro sede (che non è quella del festival anche se a poche centinaia di metri di distanza), il loro ufficio accrediti (anche se riconoscono la validità degli accrediti del festival di Cannes) e via dicendo. Hanno un’affluenza decisamente minore e sale di capienza decisamente minore, quindi potrebbero essere soggetti a tutti altri principi. Vivono su film non necessariamente americani (anche se nella passata gestione della Quinzaine il cinema americano indipendente era stato fondamentale) ma su opere prime e seconde.

Non è da escludere che qualunque sarà la decisione del festival maggiore non necessariamente li debba coinvolgere e che possano invece esistere a sé. Certo quasi nessuno andrebbe a Cannes solo per quelle due sezioni (che però avrebbero film migliori degli altri anni perché molti esuli dalla selezione ufficiale finirebbero lì) ma potrebbe avere un senso per loro svolgersi anche con affluenza ridotta.

Qualunque cosa accada a Cannes sarà un banco di prova. È il primo festival maggiore e quindi impossibile da spostare (c’è chi ipotizza uno spostamento ad Ottobre come Canneséries ma in realtà sembra improbabile, la stagione dei festival è densissima, l’autunno è un momento pieno di altre manifestazioni e vorrebbe dire diventare un’altra cosa) ad avere questo problema. Come si è capito però non è solo una questione di normative che consentono lo svolgimento ma anche di chi ci verrebbe. Vuol dire che pur ipotizzando come sembra ragionevole che a inizio Settembre l’Italia non sia più in una situazione d’emergenza, il resto del mondo potrebbe esserlo ancora, e questo pone più di un problema per Venezia (e del resto Telluride e Toronto pure non ridono).

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