Dal 1 al 19 aprile Sky Cinema Collection diventa Sky Cinema DreamWorks con i migliori film del grande studio d’animazione disponibili anche on demand sulla piattaforma e su Now Tv. Nel nostro speciale troverete tutti i video e gli approfondimenti!

 

Prendete il titolo di questo articolo per quello che è: una specie di iperbole, di provocazione.

L’animazione non è mai stata un affare esclusivo della Disney e, paradossalmente, qualsiasi persona cresciuta in Italia (un posto dove gli anime giapponesi hanno sempre trovato terreno fertile) lo sa bene.

Eppure è altrettanto innegabile che, per lungo tempo, l’appuntamento annuale coi “cartoni animati” al cinema è stato quello con i classici Disney prima a cui si è poi aggiunta, da metà anni novanta, la Pixar.

Verso la fine del millennio scorso, questa granitica certezza è iniziata a vacillare quando Steven Spielberg, David Geffen e Jeffrey Katzenberg hanno cominciato a proporre delle alternative al dominio della Casa di Topolino con la DreamWorks Animation.

Curioso come Mickey Mouse & Co. siano stati sfidati e per certi versi anche battuti da chi, come Steven Spielberg, ci aveva già mostrato al cinema un generale intento a guardare Dumbo mentre la California andava nel panico più totale per paura di essere invasa gai giapponesi (1941: Allarme a Hollywood) o infarciva i suoi film di riferimenti a Pinocchio (un trait d’union che va da Incontri Ravvicinati del terzo Tipo ad A.I. – Intelligenza Artificiale). E da chi, come Jeffrey Katzenberg, aveva alacremente lavorato alla rinascita della major di Burbank fra il 1984 e il 1994.

Con Il Principe d’Egitto nel 1998, lo studio aveva già realizzato il miglior incasso di sempre per un film in animazione classica non realizzato dalla Disney, un record mantenuto fino al 2007, quando il trono è stato reclamato da I Simpson – Il Film.

Una manciata di anni dopo, nel 2001, la DreamWorks Animation comincia a fare la voce grossa in un settore, quello dell’animazione al computer, dove aveva già sperimentato con Z – La Formica ma che vedeva la Pixar come più fulgido esponente del settore.

Più che fare la voce grossa, la DreamWorks Animation si mise proprio a “gridare spaventando la concorrenza”, considerato che Shrek deve il suo nome al termine yiddish (la lingua degli ebrei aschenaziti) שרעק che significa proprio paura, spavento.

Un progetto, questo, inseguito a lungo da Steven Spielberg che, dopo aver acquistato i diritti di sfruttamento del libro di William Steig nel 1991, voleva realizzare un film d’animazione tradizionale prima di venir convinto dal produttore John H. Williams a trasferire il tutto proprio in seno alla divisione animata della DreamWorks. Dove le radici yiddish crebbero fino a diventare un rigoglioso albero di jewish humor figlio degli innesti dei suoi tre padri. Lo stesso Steig, nato a Brooklyn il 14 novembre del 1907, era figlio di ebrei polacchi emigrati negli Stati Uniti dall’Austria.

Una volta trasformato in lungometraggio per il grande schermo, primo appuntamento con una saga diventata estremamente redditizia e adorata dal pubblico, una cosa era divenuta chiara e limpida come il sole: l’impronta di Jeffrey Katzenberg era quella più vigorosa, riconoscibile. Impossibile non collegare al background del celebre produttore, al centro anche di ben noti attriti col regista Andrew Adamson a cui bocciò alcune idee ritenute troppo oltraggiose per una pellicola che doveva essere vista anche dai bambini, le trovate di un film che, dall’inizio alla fine, non faceva altro che prendere amabilmente in giro non tanto le fiabe e le favole classiche, ma le fiabe e le favole rilette dai Classici d’Animazione di quella major dove lui stesso aveva lavorato per due lustri. E dalla quale se ne andò dopo uno dei divorzi aziendali più epici della storia della Hollywood anni novanta: quello con l’ex Presidente e CEO della The Walt Disney Company Michael Eisner.

Shrek faceva tutto quello che la Disney non poteva fare, insegnando che per dare forma a qualcosa di davvero nuovo nell’ambito del cinema d’animazione americano bisognava percorrere una strada diametralmente opposta a quella che John Lasseter e soci stavano intraprendendo con gli acclamati progetti Pixar, a loro modo e a dispetto della tecnologica prova muscolare eredi della tradizione più classica di Zio Walt: bisognava usare i topoi classici dei cartoni animati Disney, ricoprirli di cerume e fango e ruttare loro in faccia.

“Meglio fuori che dentro, no?”

Il pubblico di tutto il mondo – compreso chi scrive – era abituato a storie di amore e buoni sentimenti (categoria in cui comunque rientra anche Shrek) in cui nessuno si poteva aspettare di vedere dei “cosi delle fiabe” che venivano venduti dopo essere stati banditi da un despota “diversamente alto” come Lord Farquaad. Un villain che, secondo la leggenda, era Shrekmodellato proprio sulle fattezze di Michael Eisner e la cui reggia ricordava, neanche tanto da lontano, i “castelli delle Principesse” che possiamo vedere nei parchi a tema di una ben nota multinazionale. Per entrare a Duloc, d’altronde, ci sono anche le biglietterie con la serpentina, i costume character e la canzoncina di benvenuto.

Shrek era, dall’inizio alla fine, un pernacchione grosso come una casa in stile Alberto Sordi a quel mondo patinato, “glossy” tipico del mondo Disney, in cui tutto è sempre bello, splendente, profumato, in forma. Ipocrita? Forse, chi può dirlo. Di sicuro possiamo dire che Shrek era brutto, puzzolente e panzone. Ma con un enorme cuore d’oro che si nascondeva sotto gli infiniti strati che, come le cipolle, avvolgono ciascun orco che si rispetti.

Ogni singolo stilema narrativo dei cartoni animati con cui milioni e milioni di persone erano cresciute veniva ribaltato in un film che ammiccava, ovviamente, ai bambini grazie a una pletora infinita di gag tanto verbali quanto slapstick, ma che finiva per essere apprezzato al 100% soprattutto da chi bambino non lo era più.

Da chi poteva accorgersi subito che la Mamma Orsa che veniva venduta alle guardie del perfido Lord all’inizio del film, finiva poi nella stanza da letto del suddetto Signorotto come tappeto ornamentale. Da chi poteva capire perché, per accompagnare una data scena, veniva scelta proprio quella celebre canzone pop con quel determinato testo.

Shrek è il padre di tutta quella nuova corrente di splendido cinema d’animazione mainstream americano che, col passare degli anni, ci ha regalato perle come Piovono Polpette, The LEGO Movie, Sausage Party. Se dovessimo addentrarci nel terreno impervio degli “E se…?” potremmo certamente ipotizzare che, se Shrek non fosse stato fatto, qualcuno sarebbe comunque arrivato a camminare su terreni inediti, ma tant’è. Nel 2001 la pellicola della DreamWorks Animation si è palesata di fronte a tutti noi per insegnarci che anche le principesse possono, giustamente, ruttare con gioia.

In Italia la distribuzione in sala del film fu decisamente poco convinta, nonostante la partecipazione del film al Festival di Cannes, ma, anche con la complicità dell’affacciarsi sul mercato della tecnologia Dvd, il cartoon della DreamWorks Animation ebbe una prosperosa seconda vita che assicurò, anche nello stivale, il successo degli altri film della saga.

Ora potete rivedere l’intera saga di Shrek su Sky Cinema DreamWorks, che si accende dal 1 al 19 aprile sulla piattaforma e anche on demand e su Now TV.