19 anni fa Shrek ci insegnava che l'animazione non era solo "roba da bambini"
In occasione dell'accensione di Sky Cinema DreamWorks, il nostro primo speciale dedicato a un vero classico dell'animazione: Shrek
Prendete il titolo di questo articolo per quello che è: una specie di iperbole, di provocazione.
Eppure è altrettanto innegabile che, per lungo tempo, l'appuntamento annuale coi “cartoni animati” al cinema è stato quello con i classici Disney prima a cui si è poi aggiunta, da metà anni novanta, la Pixar.
Verso la fine del millennio scorso, questa granitica certezza è iniziata a vacillare quando Steven Spielberg, David Geffen e Jeffrey Katzenberg hanno cominciato a proporre delle alternative al dominio della Casa di Topolino con la DreamWorks Animation.
Con Il Principe d'Egitto nel 1998, lo studio aveva già realizzato il miglior incasso di sempre per un film in animazione classica non realizzato dalla Disney, un record mantenuto fino al 2007, quando il trono è stato reclamato da I Simpson – Il Film.
Una manciata di anni dopo, nel 2001, la DreamWorks Animation comincia a fare la voce grossa in un settore, quello dell'animazione al computer, dove aveva già sperimentato con Z – La Formica ma che vedeva la Pixar come più fulgido esponente del settore.
Un progetto, questo, inseguito a lungo da Steven Spielberg che, dopo aver acquistato i diritti di sfruttamento del libro di William Steig nel 1991, voleva realizzare un film d'animazione tradizionale prima di venir convinto dal produttore John H. Williams a trasferire il tutto proprio in seno alla divisione animata della DreamWorks. Dove le radici yiddish crebbero fino a diventare un rigoglioso albero di jewish humor figlio degli innesti dei suoi tre padri. Lo stesso Steig, nato a Brooklyn il 14 novembre del 1907, era figlio di ebrei polacchi emigrati negli Stati Uniti dall'Austria.
Una volta trasformato in lungometraggio per il grande schermo, primo appuntamento con una saga diventata estremamente redditizia e adorata dal pubblico, una cosa era divenuta chiara e limpida come il sole: l'impronta di Jeffrey Katzenberg era quella più vigorosa, riconoscibile. Impossibile non collegare al background del celebre produttore, al centro anche di ben noti attriti col regista Andrew Adamson a cui bocciò alcune idee ritenute troppo oltraggiose per una pellicola che doveva essere vista anche dai bambini, le trovate di un film che, dall'inizio alla fine, non faceva altro che prendere amabilmente in giro non tanto le fiabe e le favole classiche, ma le fiabe e le favole rilette dai Classici d'Animazione di quella major dove lui stesso aveva lavorato per due lustri. E dalla quale se ne andò dopo uno dei divorzi aziendali più epici della storia della Hollywood anni novanta: quello con l'ex Presidente e CEO della The Walt Disney Company Michael Eisner.
“Meglio fuori che dentro, no?”
Il pubblico di tutto il mondo – compreso chi scrive – era abituato a storie di amore e buoni sentimenti (categoria in cui comunque rientra anche Shrek) in cui nessuno si poteva aspettare di vedere dei “cosi delle fiabe” che venivano venduti dopo essere stati banditi da un despota “diversamente alto” come Lord Farquaad. Un villain che, secondo la leggenda, era
modellato proprio sulle fattezze di Michael Eisner e la cui reggia ricordava, neanche tanto da lontano, i “castelli delle Principesse” che possiamo vedere nei parchi a tema di una ben nota multinazionale. Per entrare a Duloc, d'altronde, ci sono anche le biglietterie con la serpentina, i costume character e la canzoncina di benvenuto.
Ogni singolo stilema narrativo dei cartoni animati con cui milioni e milioni di persone erano cresciute veniva ribaltato in un film che ammiccava, ovviamente, ai bambini grazie a una pletora infinita di gag tanto verbali quanto slapstick, ma che finiva per essere apprezzato al 100% soprattutto da chi bambino non lo era più.
Da chi poteva accorgersi subito che la Mamma Orsa che veniva venduta alle guardie del perfido Lord all'inizio del film, finiva poi nella stanza da letto del suddetto Signorotto come tappeto ornamentale. Da chi poteva capire perché, per accompagnare una data scena, veniva scelta proprio quella celebre canzone pop con quel determinato testo.
Shrek è il padre di tutta quella nuova corrente di splendido cinema d'animazione mainstream americano che, col passare degli anni, ci ha regalato perle come Piovono Polpette, The LEGO Movie, Sausage Party. Se dovessimo addentrarci nel terreno impervio degli “E se...?” potremmo certamente ipotizzare che, se Shrek non fosse stato fatto, qualcuno sarebbe comunque arrivato a camminare su terreni inediti, ma tant'è. Nel 2001 la pellicola della DreamWorks Animation si è palesata di fronte a tutti noi per insegnarci che anche le principesse possono, giustamente, ruttare con gioia.In Italia la distribuzione in sala del film fu decisamente poco convinta, nonostante la partecipazione del film al Festival di Cannes, ma, anche con la complicità dell'affacciarsi sul mercato della tecnologia Dvd, il cartoon della DreamWorks Animation ebbe una prosperosa seconda vita che assicurò, anche nello stivale, il successo degli altri film della saga.
Ora potete rivedere l'intera saga di Shrek su Sky Cinema DreamWorks, che si accende dal 1 al 19 aprile sulla piattaforma e anche on demand e su Now TV.