È sempre difficile parlare di un capolavoro: meno un film ha difetti, che sono una facile scorciatoia per scrivere quantomeno qualcosa di divertente, più è complicato trovare qualcosa da dire che non sia già stato scritto prima, o che non si spieghi meglio semplicemente guardando il film in questione. Toy Story 3: la grande fuga, che oggi compie dieci anni dalla sua uscita italiana, è un esempio perfetto di questo dilemma: come si fa a spiegare a parole perché i suoi 102 minuti di durata sembrano 12 tanto sono densi di azione, emozioni e significato, quando basterebbe metterlo su e godersi lo spettacolo in silenzio?

Toy Story, il primo capitolo datato 1995, fu una rivoluzione, o meglio una collezione di rivoluzioni: primo film targato Pixar nonché primo film completamente realizzato in computer grafica, scritto tra gli altri da Joss Whedon e diretto dal futuro direttore creativo di Pixar e Disney John Lasseter, fu l’inizio di un nuovo modo di affrontare l’animazione; secondo Roger Ebert il suo impatto fu paragonabile a quello di Chi ha incastrato Roger Rabbit? per il modo in cui “fa a pezzi l’aspetto visivo del cinema riassemblandolo e facendocelo vedere sotto un’altra luce”. Secondo Terry Gilliam, invece, era “un film geniale, che ha permesso alla gente di capire cosa sono davvero i giocattoli”.

Di fronte un’eredità del genere, alla quale va ad aggiungersi quella di Toy Story 2, sempre più raro esempio di sequel che non fa rimpiangere il capitolo precedente, sembrava impossibile che Toy Story 3 potesse fare di meglio, o che potesse lasciare un segno altrettanto indelebile nella storia del cinema d’animazione e del cinema in generale. E invece Michael Arndt, che aveva cominciato scrivendo Little Miss Sunshine e aveva da poco lavorato a un altro capolavoro come Wall-E, e Lee Unkrich, alla Pixar da sempre ma per cui Toy Story 3 fu l’esordio in solitaria alla regia, ci riuscirono, e nel modo più semplice possibile: scrivendo e girando un film perfetto. Non necessariamente rivoluzionario come i predecessori – anche se pure Toy Story 3 ha accumulato una serie di record e di complimenti eccellenti, si veda Tarantino che al tempo lo indicò come il suo film preferito dell’anno –, ma formalmente inattaccabile, una collezione del meglio di tutto il cinema d’autore e non, piegato alle esigenze di una storia che parla di giocattoli animati e plasmato intorno alle possibilità infinite dell’animazione 3D.

toy story 3

Toy Story 3 è un film sul diventare grandi e sull’importanza di rimanere un po’ bambini, almeno se lo si vede dal punto di vista di noi esseri umani; è anche un film sull’amicizia e sull’abbandono, sulle ferite dell’anima e sull’autoritarismo sorridente. È una storia di evasione e di evasioni, un horror, un action con alcune delle sequenze più spettacolari del decennio, uno heist movie che fa impallidire qualsiasi Ocean’s, il miglior film di fuga dal carcere dai tempi di Fuga da New York; è una fabbrica di tormentoni e battute da ripetere all’infinito, un raro caso di cartone citazionista che non si appoggia alle citazioni per avere successo ma le usa per abbellire un’impalcatura già solidissima. È un riassunto di tutto il cinema, ingannevolmente presentato come “un simpatico prodotto per ragazzi con protagonisti un gruppo di giocattoli parlanti”.

Toy Story 3 è, prima di tutto, un film sull’ineluttabilità del tempo e sulle conseguenze che questa consapevolezza ha su noi esseri umani, visto dal punto di vista di quelli che sono a tutti gli effetti esseri immortali e immuni all’invecchiamento. In altre parole, è la storia di quello che succede ai giocattoli di Andy, l’ex bambino protagonista dei primi due Toy Story, quando per il ragazzo arriva il momento di lasciare casa e trasferirsi al college. È un grande classico delle storie adolescenziali all’americana – l’addio alla familiarità della propria vita da bambini, il brivido dell’ignoto, la difficile separazione dai genitori – nel quale però il lato umano (in senso biologico) rimane in secondo piano e la lente rimane fissa su quello, per così dire, artificiale. Quale sarà il destino dei giocattoli di Andy ora che al ragazzo non interessa più giocare e preferisce piuttosto concentrarsi sulla tempesta ormonale che lo sta travolgendo?

Una squadra creativa meno ispirata di quella della Pixar del 2010 l’avrebbe risolta nel modo più semplice, facendo ereditare Woody, Buzz, Jessie e compagnia a Molly, la sorella di Andy, e ricominciando il loop. Una squadra creativa in stato di grazia come quella che era la Pixar nel 2010, invece, decise di alzare il volume a 11 e di far esplodere tutto, e non necessariamente in senso letterale. Esplode il gruppo, con i giocattoli che si ritrovano separati, dal destino e dalle loro scelte, e devono ciascuno a modo proprio ritrovare la strada di casa (anche qui non necessariamente in senso letterale). Esplode la struttura, che saltella da un gruppo all’altro sfruttando la moltiplicazione dei punti di vista per costruire la tensione e lasciare sempre qualcosa in sospeso: parte del motivo per cui Toy Story 3 è un film impossibile da mettere in pausa è che non risolve mai nulla fino all’ultimo secondo dell’ultima scena, e non risponde a nessuna domanda senza averne prima proposte altre tre. Esplode la messa in scena: uno dei vantaggi della CGI è quello di non porre limiti (se non quelli tecnici) a chi sta alla regia, e Lee Unkrich ne approfitta per far fare ai suoi giocattoli qualsiasi cosa gli passi per la testa; e tutto questo senza mai scadere in quel trucchetto che tanto andava di moda all’epoca che consisteva nel girare scene spettacolari se viste al cinema in 3D, e che riviste a casa su un televisore normale diventavano fastidiosissime sequenze piene di abusatissimi primi piani di oggetti scagliati verso lo schermo.

toy story 3 finale

È difficile e anche inutile trovare qualcosa da criticare a Toy Story 3, che persino visivamente è un film che non è invecchiato di un giorno – una specie di miracolo per un’opera in CGI, una tecnica che per la natura stessa del progresso è destinata all’obsolescenza. Certo, nel paragone con le successive opere Pixar, da Inside Out a Coco, Toy Story 3 esce sconfitto, e non potrebbe essere altrimenti; ma la scelta di popolare il film di personaggi iconici anche al di fuori del recinto dell’animazione (da Ken e Barbie a Totoro, oltre ovviamente ai vari Woody e Buzz), e di concentrarsi più su di loro e sulla loro espressività che su fondali spettacolari e strapieni di poligoni e particelle, dona a Toy Story 3 una certa aria senza tempo, la sensazione di essere di fronte a qualcosa che non poteva che apparire così, e che nessun salto in avanti tecnologico potrebbe migliorare senza snaturare.

Il vero grande segreto di Toy Story 3, soprattutto se confrontato con la concorrenza, è probabilmente uno, ed è molto semplice: è un film fatto per chiunque. Non è un film per bambini nel quale sono stati inseriti a forza elementi presunti “adulti” per far felici anche i genitori in sala, né è un film per grandi mascherato da favoletta per bambini e che i bambini stessi apprezzano meno di quanto facciano i loro genitori (ciao, Shrek). È un film, se ci passate la formula un po’ goffa, che spiega ai più piccoli cosa significhi crescere e che ricorda ai più grandi cos’abbia significato crescere, è un’opera perfetta per far nascere una vera conversazione tra genitori e figli, è un incredibile caso di film che parla di nostalgia senza dover per forza andare a ripescare gli anni Ottanta, le BMX e le belle cose di una volta, perché tratta la nostalgia come una condizione esistenziale dell’essere umano e non come un veicolo di marketing per celebrare un passato che si prova a tutti i costi a riportare in vita e riciclare (ogni riferimento ad altre opere, scegliete voi quali, è puramente casuale).

E allora tanti auguri per il tuo decimo compleanno, Toy Story 3, e cento di questi giorni: se tra qualche migliaio di anni il cinema dovesse ancora esistere, ci piace pensare che anche tu sarai lì, tra un Orson Welles e uno Stanley Kubrick, verso l’infinito e oltre.