Non ci sono dubbi che Salvatore Mereu sia il più grande tra i registi italiani che il grande pubblico non ha mai sentito nominare. I suoi film sono eccezionali, commerciali, divertenti (quando devono esserlo), appassionanti (quando decidono di esserlo) e soprattutto sempre particolari ma faticano a trovare fondi, distribuzione e quindi un pubblico: “Ma devo dire che forse nemmeno io mi aiuto tanto” ammette Mereu stesso “ho questa idea velleitaria di pensare di poter fare questo lavoro stando là, in Sardegna. Poi un po’ la scelta dei soggetti e un po’ la lingua del posto non è che mi diano una mano”.

Lo dice così, rassegnato ma sereno, quando sta qui a Venezia (come quasi sempre è stato per i suoi film) per presentare Assandira, un noir classico pieno di svolte e iniezioni che classiche non sono per niente, tutto ambientato in Sardegna (ovviamente) che fa un lavorone di sceneggiatura e voce fuori campo.

È il film per il quale più persone a Venezia hanno lamentato il fatto che fosse fuori concorso e non in competizione (come mai gli è capitato, purtroppo). Viene dal romanzo omonimo di Giulio Angioni ma Mereu l’ha tutto piegato e adattato a sé, ha trovato facce e corpi che da soli vincono la partita e amplificano tutto quel che la storia ha da dire.

Ma quella femme fatale tedesca pazzesca dove l’hai scovata? Così accogliente e materna ma con un’aria terribile e cinica dietro quei sorrisi e quella morbidezza?

“Eh pensa stavo al mercato di Berlino e l’ho vista in un’immagine di un progetto, sembrava il mio personaggio proprio perché aveva il carico di mistero e lontananza del mondo in cui si trova. Il film poi è una co-produzione con la Germania ma lo stesso i tedeschi non volevano lei, volevano un’attrice più convenzionale e conosciuta, invece io in questo viso, dentro di esso proprio, ho visto la possibilità di raccontare una storia, che è quel che penso per ogni attore. Credo che nel viso di ogni attore devi poter già trovare il personaggio”.

assandiraInvece dall’altra parte il vero protagonista è Gavino Ledda [autore del romanzo Padre Padrone e figura di spicco della letteratura sarda e italiana ndr] e come recita!

“Quello è stato un vero azzardo, una scommessa con me stesso (possibile solo perché sono anche produttore, un altro ti potrebbe fare storie). Il punto è che carichi sulle spalle di un non professionista la riuscita del film, il più grande degli azzardi. Istintivamente però Ledda ha inscritto nel viso la storia di quel mondo, quella generazione di persone che come lui gli veniva proibito addirittura di sognare”.

Infine c’è il magistrato che pare Germi in Un maledetto imbroglio…

“Ah sì forse qualcosa ce l’ha…”

Dai con quel baffetto! Gliel’hai messo tu?

“No, il baffetto lui ce l’aveva già. Sai per quel ruolo avevo accarezzato l’idea di prendere un attore più conosciuto, ma temevo che scegliendolo la gente lo vedesse per il suo passato”.

Questa è una paura di cui parli spesso…

“Eh sì l’ideale sarebbe prendere sempre attori che nessuno ha mai visto, che facciano un solo ruolo e non si portino appresso il peso di quelli già fatti. Sai che lo diceva anche Fellini per Ginger e Fred? Diceva che il ruolo del presentatore della trasmissione era perfetto per Alberto Sordi ma non lo poteva prendere perché la gente non avrebbe visto il presentatore ma Alberto Sordi”.

C’è una cosa stupenda nel film, il fatto che il protagonista sia il tipico pastore, duro e austero, sempre pronto al no, ma noi sentendo la voce dei suoi pensieri scopriamo un’altra storia, ragioni e morbidezze, sentiamo le motivazioni di quella durezza. Era nel romanzo?

“Dal libro viene la struttura narrativa, quella a blocchi, io ho spinto molto sulla sua confusione però. Sai alla fine il film è un’elaborazione di un lutto e tutto quello che ci racconta potrebbe appartenere davvero a quello che è accaduto o a quello che forse ha solo immaginato e vagheggiato. Addirittura nella prima stesura avevamo previsto anche episodi che lui racconta in un modo ma noi vediamo in un altro e alla fine come in Rashomon ti chiedi come siano andate davvero le cose”.

assandiraSono passati 7 anni da Bellas Mariposas, hai fatto fatica a mettere insieme il film?

“Facile non è stato perché comunque alla fine è costato 2 milioni. Devo ringraziare la Rai, che ci ha creduto fin dallo sviluppo e poi grazie a film commission e fondi regionali l’abbiamo chiuso”.

Cioè non hai trovato altri produttori interessati?

“Eh calcola che ogni produttore ha una lista d’attesa di progetti che deve valutare prima del tuo. E quando ho capito quanto ci voleva mi è sembrato troppo. Poi in realtà facendolo da solo ci ho messo il doppio [ride ndr]. Pensa te.
Certo vale sempre questa regola che tu in un certo senso, che lo voglia o no, rispondi ad una sorta di ranking non scritto, che funziona per i registi come per i tennisti, dove conta l’ultima cosa che hai fatto e quello che racconti con il tuo ultimo film. Da lì viene il tuo potere contrattuale. Io non ho mai avuto porte in faccia ma certamente non è mai stata nemmeno una passeggiata”

Magari un attore di richiamo aiutava…

“Sì, è possibile accadesse ma poi è mio obbligo in un certo senso verso la natura del film rimanere fedele alla scelta migliore…”.

Ok ho capito che intendi quando dici che “non ti aiuti”. Dunque il prossimo film tra altri 7 anni?

“No dai. Sto sviluppando un progetto tratto da Alberi Erranti e Naufraghi di Alberto Capitta, che è stato libro dell’anno per la trasmissione di Radio3 Fahrenheit, è una storia familiare. Però è prematuro capire se sarà davvero quello il prossimo progetto perché oggi più che mai dopo 4 film ho capito che la scelta fondamentale di un progetto è legata alla mia possibilità di trovare le risorse. Puoi cominciare a sbagliare il film scegliendo un soggetto che costerà più di quel che già sai ti verrà dato. Se fai una scelta in questo senso irrazionale, la possibilità di fallimento è alta, e il resto del lavoro diventa tutto un andare a remare contro corrente”.