Addio a James Ransone, lo Ziggy di The Wire: l'attore si è tolto la vita a 46 anni
James Ransone, star di The Wire, si è tolto la vita a 46 anni. La sua battaglia contro traumi infantili, abusi e dipendenze. Un talento indimenticabile.
James Ransone si è tolto la vita venerdì scorso a Los Angeles. Aveva 46 anni. L'attore, conosciuto soprattutto per aver interpretato Ziggy Sobotka nella seconda stagione di The Wire, lascia la moglie Jamie McPhee e due figli. La notizia è stata confermata dal Los Angeles County Medical Examiner, che ha registrato come causa del decesso "impiccagione" e come luogo un "capanno". Il corpo è già stato rilasciato per le procedure funebri.
Per chi ha seguito The Wire, Ziggy Sobotka rimane uno dei personaggi più tragici e umani della serie. Ransone lo interpretò per 12 episodi nel 2003, nella stagione ambientata tra i porti di Baltimora. Era il figlio di Frank Sobotka, interpretato da Chris Bauer, un operaio portuale che tentava disperatamente di salvare il proprio mondo dal declino economico. Ziggy incarnava quella generazione perduta, schiacciata tra le aspettative paterne e l'assenza di futuro, un ruolo che Ransone rese indimenticabile con una recitazione istintiva e vulnerabile.
The Wire, creata da David Simon e andata in onda su HBO dal 2002 al 2008, è stata una delle serie più acclamate della televisione americana. Ma la collaborazione con HBO non si fermò a The Wire. Ransone partecipò ad altre produzioni del network: Generation Kill, la miniserie sulla guerra in Iraq, Treme, dedicata alla rinascita di New Orleans post-Katrina, e Bosch, il poliziesco ambientato a Los Angeles. La sua ultima apparizione televisiva risale a giugno scorso, in un episodio della seconda stagione di Poker Face, la serie mystery con Natasha Lyonne.
Sul grande schermo, Ransone costruì una filmografia eclettica e coraggiosa. Passò dall'horror di Sinister e Sinister 2, dove interpretò un ex vice sceriffo ossessionato da film snuff, al cinema indipendente di Tangerine, diretto da Sean Baker e girato interamente con iPhone, fino al blockbuster It - Capitolo due, dove tornò nei panni di Bill Denbrough adulto. Recentemente aveva recitato in The Black Phone di Scott Derrickson, thriller soprannaturale acclamato dalla critica, e il sequel Black Phone 2, uscito quest'anno.
Dietro la carriera, però, si nascondeva una storia di sofferenza profonda. Nel maggio 2021, Ransone pubblicò su Instagram una lettera aperta indirizzata a Timothy Rualo, un tutor privato che lo seguiva da bambino. In quel testo lungo e straziante, l'attore accusava Rualo di averlo abusato sessualmente per sei mesi nel 1992, quando aveva solo 12 anni. Gli abusi avvenivano nella casa d'infanzia di Ransone a Phoenix, nel Maryland.
"Facevamo pochissima matematica", scrisse Ransone. "Il ricordo più forte che ho degli abusi è lavare sangue e feci dalle mie lenzuola dopo che te ne andavi. Ricordo di averlo fatto a 12 anni perché mi vergognavo troppo per dirlo a qualcuno". Parole che gelano il sangue, che raccontano la solitudine di un bambino costretto a nascondere il proprio dolore, a pulire le tracce fisiche di una violenza che avrebbe lasciato cicatrici per tutta la vita.
Ransone descrisse quegli abusi come l'origine di "una vita di vergogna e imbarazzo". Disse a Rualo che le sue azioni lo avevano spinto a diventare alcolista e tossicodipendente. Dopo aver raggiunto la sobrietà nel 2006, Ransone si sentì finalmente "pronto ad affrontare" il proprio passato. Nel marzo 2020 denunciò gli abusi alla polizia di Baltimore County. A settembre dello stesso anno, un detective gli comunicò che i pubblici ministeri "non avevano interesse a perseguire ulteriormente la questione".
L'ufficio del procuratore della contea di Baltimore decise di non sporgere accuse dopo l'indagine della polizia, come riportato dal Baltimore Sun. Una decisione che dovette rappresentare un colpo devastante per Ransone, che aveva trovato il coraggio di denunciare decenni dopo i fatti.
La dipendenza da eroina era stata un tema ricorrente nella sua vita. In un'intervista a Interview Magazine del 2016, Ransone aveva rivelato di essersi disintossicato a 27 anni "dopo essere stato in eroina per cinque anni". Contrariamente a quanto molti credevano, non si era ripreso durante le riprese di Generation Kill: "Mi sono disintossicato sei o sette mesi prima. Ricordo di essere andato in Africa e che sarei rimasto lì per quasi un anno. Ero il numero due nella lista del cast e pensai: 'Credo che qualcuno abbia fatto un errore. Questa è troppa responsabilità per me'".
Parole che rivelano quanto la battaglia contro le dipendenze e i traumi fosse costante, quotidiana. Ransone aveva raggiunto la sobrietà, aveva costruito una carriera rispettata, si era sposato, aveva avuto figli. Eppure il peso del passato, evidentemente, non lo aveva mai abbandonato del tutto.
La moglie Jamie McPhee ha pubblicato nel proprio profilo social un link per donazioni alla National Alliance on Mental Illness, un'organizzazione che si occupa di salute mentale. Un gesto che parla di una famiglia che vuole trasformare il dolore in qualcosa di utile per gli altri, che comprende quanto la malattia mentale sia una battaglia silenziosa e spesso invisibile.
La sua morte lascia un vuoto nella comunità cinematografica e televisiva, ma soprattutto ricorda quanto sia cruciale parlare di salute mentale, di traumi infantili, di come il passato possa inseguirci per tutta la vita se non troviamo il supporto adeguato. Ransone aveva cercato giustizia, aveva cercato sobrietà, aveva cercato di costruirsi una vita. Ma alcune ferite sono troppo profonde per guarire completamente.