Anthony Hopkins, come è diventato Hannibal Lecter: il retroscena dell’attore su uno dei ruoli più iconici del cinema

Anthony Hopkins è uno degli attori più celebri e riconosciuti del panorama americano e internazionale. L'interprete ha raccontato un retroscena legato ad Hannibal Lecter: come è riuscito a rendere quel personaggio iconico.

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Anthony Hopkins è tutto quello che un attore vorrebbe, o forse dovrebbe, diventare davvero: realizzato, riconoscibile, credibile e soprattutto in pace con sè stesso. Quest'ultima parte è l'ambizione maggiore per molti, ma si raggiunge soltanto quando si ha piena contezza di sè. Del proprio valore e del carisma che, a differenza di tante altre cose, non si può apprendere. O ce l'hai, oppure no. Hopkins è carismatico sul set, ma anche e soprattutto quando è a casa. Nel tempo libero.

Balla con amici, ride e si diverte, ma non è mai scontato mentre lo fa. È sufficiente guardare i social per capirlo. Li usa poco, ma a ragion veduta. Corre, va a fare la spesa, ascolta musica e non rinuncia a viaggiare. Può anche permetterselo, penseranno alcuni, ma i soldi – davvero – non fanno la felicità. Aiutano a condurre la vita in una direzione agiata, questo sì, ma per essere felici occorre anche una sana dose di ottimismo e spensieratezza.

Anthony Hopkins, la differenza tra ruolo e condizione

Qualità che a Hopkins non sono mai mancate. Anche prima dei due Oscar in carriera. Entrambi riconoscimento di qualcosa – a livello cinematografico – difficile da replicare. Il primo per la performance di Hannibal Lecter ne Il Silenzio degli Innocenti; il secondo per The Father, più recente, che ha dimostrato quanto l'età cinematograficamente conti in maniera relativa. Servono ruoli idonei che descrivano la condizione attuale di ciascuno.

Anthony Hopkins durante Il Silenzio degli Innocenti (1991)

Solo chi sta attraversando un determinato periodo della vita, qualunque esso sia, può rendere al meglio le diverse fasi di un personaggio. Hopkins non ha mai sofferto di Alzheimer, ma sa quel che significa veder sfiorire alcune certezze con l'andare avanti del tempo. La vecchiaia non è una resa, ma un'impresa da caratterizzare anche al cinema.

Raccontare una storia

Gli hanno consigliato, più volte e in diverse occasioni, (soprattutto all'inizio) di non prendere esageratamente spunto da altri attori. Un suggerimento chiave fu: "Non scimmiottare altri attori, tu non sei Marlon Brando che puoi perderti in tecnicismi. Tu devi essere te stesso e raccontare, ogni volta, storie diverse". Così fece e i risultati si sono visti e continuano a vedersi.

Hopkins anche quando deve interpretare un ruolo totalmente distante da lui ne studia la psicologia e i risvolti umani per poterci mettere un pizzico della sua natura. Lo stesso ha fatto, come ha rivelato nel corso del Red Sea Film Festival in Arabia Saudita, quando doveva interpretare Hannibal Lecter: "Appena ho visto la sceneggiatura mi sembrava di aver ricevuto una favola per bambini. Il titolo originale era Il Silenzio degli Agnelli, poi è diventato Il Silenzio degli Innocenti. Andando avanti a leggere le pagine mi rendevo conto che avevo di fronte il miglior testo mai visto. Era perfetto. Il personaggio si traduceva in una vera e propria macchina: un mix tra genio intellettuale e psicopatia".

Hannibal, l'uomo dietro la maschera

Fu proprio Hopkins, infatti, a suggerire alcune battute al regista e determinate posizioni da adottare in scena. La frase: "Mi mangiai il suo fegato con un piatto di fave e un buon Chianti" è opera sua. Una vera e propria "chicca" in grado di rendere credibile l'assurdo, come solo chi ha determinati lati oscuri può fare. Questo non significa che Hopkins nella realtà si lascia andare agli istinti più torbidi, ma comprende che ciascuno di noi ha delle ombre con cui deve fare i conti ogni giorno. Hannibal Lecter, quel tipo di ombre, le ha esasperate portandole alla luce.

Un iter simile l'ha portato avanti anche Heath Ledger quando dovette interpretare Joker nel film di Nolan: il compianto attore rimase diverse settimane chiuso in una stanza per sviluppare i tic da isolamento che hanno contraddistinto il personaggio. Il suo Joker, infatti, gli valse l'Oscar postumo. Lo stesso è toccato a Hopkins, soltanto che lui le Statuette ha potuto ritirarle entrambi.

Il compito dell'interprete

Questo patrimonio artistico, inteso proprio come approccio al mestiere dell'interprete, va difeso e tutelato. Hopkins ci ha ricordato che ogni attore o attrice non finge in scena, ma mette in risalto diverse prospettive dell'animo umano. Persino quelle più oscure, che quasi nessuno pensa di avere, invece sono soltanto nascoste. Tirarle fuori è il compito, talvolta, di chi sceglie di emozionare – in un senso o nell'altro – un ciak alla volta.

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