Casino Royale ha vent'anni: il James Bond che ha vinto perdendo
Il 14 novembre 2006 usciva il film che ha rifondato 007: Texas Hold'em al posto del baccarat, un Bond vulnerabile e un'eredità arrivata fino a Villeneuve.
Il 14 novembre 2006, alla prima londinese all'Odeon di Leicester Square, Casino Royale arriva con un pubblico già schierato. Un anno prima la nomina di Daniel Craig aveva prodotto un sito, danielcraigisnotbond.com, e una campagna di stampa contro il “Bond biondo” che nessuno aveva ancora visto recitare una battuta. Il film incassa oltre 600 milioni di dollari e ribalta il giudizio in poche settimane, ma il vizio di giudicare prima di vedere non è passato. Come abbiamo scritto a proposito dell'Odissea di Nolan, la promozione totale ci consegna un'opinione prima della visione e poi ci chiede di confermarla in sala. Vent'anni dopo, il reboot di Martin Campbell resta l'esempio più netto di un franchise che si ricostruisce sotto gli occhi di chi lo aveva già liquidato.
Il fattore Campbell: da GoldenEye all'agente in bianco e nero
Campbell torna alla saga undici anni dopo GoldenEye, il film che nel 1995 aveva già riportato 007 in vita dopo sei anni di silenzio. Il budget sfiora i 150 milioni e la sequenza pre-titoli è in bianco e nero. La canzone dei titoli è un brano rock di Chris Cornell, non la solita ballata orchestrale, e nell'inseguimento in Madagascar Sébastien Foucan, fondatore del free running, fa correre Bond come nessun predecessore. Eva Green è Vesper Lynd, Mads Mikkelsen un Le Chiffre che piange sangue, Judi Dench l'unica sopravvissuta del cast precedente. Ogni elemento del film ha lo scopo di dimostrare che il personaggio poteva ripartire da zero senza chiedere il permesso a nessuno.
Il Bond di Craig perde. Viene avvelenato al tavolo del casinò del Montenegro, girato in realtà a Karlovy Vary, in Boemia, torna in partita dopo un arresto cardiaco e perde tutto contro Le Chiffre per aver letto male un tic all'occhio, prima di rifarsi con una mano che gli sceneggiatori Neal Purvis, Robert Wade e Paul Haggis impostano come un duello psicologico e non come un colpo di fortuna. Il romanzo del 1953 prevedeva il baccarat, un gioco di pura sorte, e il passaggio al Texas Hold'em ha proprio questo scopo: mostrare un uomo che sbaglia a giudicare gli altri mentre Vesper impara a giudicare lui. Da quel tavolo esce un Bond che si innamora davvero e che la ferita se la porta dietro nel film successivo, una novità per la serie dopo il precedente isolato di Al servizio segreto di Sua Maestà.
Dal poker a Skyfall: cosa resta del film di Campbell
Se una sequenza riassume Casino Royale, è la partita a poker. Occupa il cuore del film, porta Bond in un luogo dove le pistole non servono e fa del gioco d'azzardo un duello di nervi, con l'ultima mano come resa dei conti con Le Chiffre. È diventata la scena-simbolo anche perché arriva nel momento giusto: il poker, in quel 2006, è ovunque.
Ma il vero lascito di quella mano di poker non si misura ai tavoli: Craig gira cinque film in 15 anni e chiude con No Time to Die nel 2021, l'unico Bond a morire sullo schermo. Il modello narrativo nasce tutto nel 2006, con un arco che prosegue da un capitolo all'altro invece di azzerarsi ogni volta. Skyfall nel 2012 porta la saga per la prima volta oltre il miliardo di dollari al botteghino, un risultato impensabile con il Bond invulnerabile degli anni Novanta. La vulnerabilità che nel 2006 sembrava un tradimento del personaggio è diventata la sua carta vincente. Il film di Campbell, primo della serie distribuito da Sony dopo l'acquisizione di MGM, ottiene nove candidature ai BAFTA e vince quella per il suono.
La transizione: Amazon MGM, Villeneuve e il prossimo 007
Nel febbraio 2025 Amazon MGM ottiene il controllo creativo della saga da Barbara Broccoli e Michael G. Wilson, e nel giugno 2025 affida la regia del prossimo capitolo a Denis Villeneuve. Il prossimo 007, chiunque lo interpreti, nascerà dentro uno studio che ragiona in termini di universo narrativo, il contrario della cautela con cui Eon aveva protetto il personaggio per più di sessant'anni. Il confronto con il 2006 dirà, film alla mano, se il reboot di Craig era l'inizio di un metodo o un'eccezione. Allora bastarono un regista che aveva già rilanciato la serie, un attore sgradito ai fan e un mazzo di carte.