FILM

Guardare l'Odissea per guardarci come spettatori

L'Odissea di Nolan ha già incassato 260 milioni, ma c'è chi lo critica per il mito e l'epica mancanti. Un'analisi per andare oltre le impressioni a caldo

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Non staremo qui a fare il peana di un film a partire dai suoi incassi, ci fa solo piacere che Odissea abbia incassato, nel suo primo weekend di programmazione, 10 milioni in Italia e più di 260 milioni, rendendo irrilevanti le polemiche prima della visione e i supposti boicottaggi. Meglio, così si può parlare del film, dei suoi pregi, dei suoi difetti (la nostra recensione potete leggerla qui).

Ecco, in questi giorni, leggendo un po' di recensioni sul film ci sono saltati agli occhi alcuni commenti e recensioni al film che sembrano frutto di una soggettività estrema, un po' data dalle aspettative un po' da preconcetti, più che da un'analisi obiettiva del film. Precisiamo: non vogliamo dire che i giudizi negativi siano frutto di "errori", ma che alcune precise critiche ci sembrano poco centrate rispetto al film.

Partiamo da un atteggiamento che si trova spesso nelle recensioni professionali, sia della carta che del web o nuovi media, ossia il delegare alla propria personale sensibilità emotiva il giudizio sul film: si legge, molto più spesso di quanto vorremmo, che un certo film, in questo caso l'Odissea di Christopher Nolan, è più o meno riuscito in modo direttamente proporzionale a quanto il critico si è emozionato. Non crediamo affatto che un testo di critica debba essere asettico e privo dell'emotività personale di chi scrive, ma l'emozione è uno dei fattori, forse il fattore assieme alla noia, più personale, e soprattutto aleatorio che ci sia nel giudicare un film.

Non solo uno stesso film o una stessa scena possono emozionare una persona e annoiarne un'altra, ma quella stessa reazione potrebbe cambiare in base al contesto di fruizione del film, allo stato d'animo e all'umore di chi scrive, alle persone di cui siamo circondati mentre lo vediamo e via elencando. Come può qualcosa che riguarda solo ed esclusivamente il qui e ora diventare un perno di discussione rivolto a una platea più ampia? Semmai, la reazione istintiva al film può diventare pretesto per decostruire i meccanismi narrativi e stilistici adottati nel film, oppure far parte di un discorso sulle scelte comunicative dell'opera, ma che credibilità ha una recensione - come si legge persino sui maggiori quotidiani italiani - nella quale ciò che ha provato il critico è il principale metro di giudizio?

Altra critica che abbiamo letto di recente è che manca il mito, che manca l'epica. Innanzitutto, è chiaro che quello di riportare il mito coi piedi a terra, a una concretezza "naturalistica", è un obiettivo di Nolan, non una sua mancanza, e perciò non ha molto senso fare il processo alle intenzioni; ma poi, che significa "epica"? Qualcuno si è premurato di risalire al significato corretto della parola, ovvero le gesta eroiche di uomini e guerrieri, come anche di divinità, che raccontino anche le gesta di un popolo: siccome Nolan ha scelto di concentrarsi sull'evoluzione di un eroe, sulla sua costruzione e disperazione molto più che sull'eroismo, allora non c'è l'epica.

E invece è proprio il modo in cui Nolan racconta il protagonista a dare una versione personale dell'epica: sebbene ci sia un aedo a cantare le gesta di Ulisse ai pretendenti (quelli che un tempo erano noti come Proci) e a fare da filo conduttore, la figura dell'eroe è restituita attraverso una teoria di punti di vista, di racconti che i vari personaggi fanno delle varie tappe della sua peregrinazione. Se ne ricava così un affresco che rende conto della complessità del protagonista, ma anche di come il popolo lo vede, di come le sue gesta hanno costruito una mitologia, quindi della fondazione stessa dell'epica. A meno che per "epico" non si intenda enfatico o tonitruante, nel qual caso è un bene che non ci sia "epica", e che abbia vinto il tono crepuscolare.

E poi, una delle critiche più interessanti e curiose, in senso positivo, anche perché fatta da una delle migliori penne cinematografiche, ovvero Paola Casella, è quella secondo cui nel film mancherebbe la dimensione del poema, oltre quella dell'epica, ovvero l'armonia lirica, una certa musicalità della forma e delle parole. È ovviamente anche qui una scelta precisa, ma anche qui proviamo ad andare a fondo, a non limitarci alle formule, a superare le impressioni: la musica di Ludwig Göransson, che nel finale si fa canzone di Travis Scott, l'aedo di cui dicevamo prima, dà coesione alle immagini proprio come le rime compattano gli eventi in versi, per arrivare alla bellissima sequenza del dialogo tra l'Ulisse ritornante ancora in incognito e Penelope, in cui le parole tra di loro si alternano con ritmo musicale, come un duetto canoro, sottolineate dai fiati della colonna sonora, andando ad accentuare il modo in cui Ulisse parla con Circe e Calipso, come se il ritmo della poesia fosse il ritmo del femminino, mentre al maschile spetta la prosa.

Cosa vogliamo dire con questo editoriale, in conclusione? Che un film così atteso, la cui promozione ci ha praticamente chiesto di conoscere ogni dettaglio del film con mesi di anticipo, porta con sé il rischio di vedersi criticato anche prima della visione, e di trascinare i giudizi a priori anche dopo la visione. Limite dei critici, certo, ma forse limite del cinema contemporaneo che, soprattutto in questa veste di massa, ha bisogno di evitare troppe sorprese, con la conseguenza che i critici si fanno le loro idee sulla base dei materiali di partenza, e poi, di fronte al film, cercano conferma di quelle idee. Limite nostro, senz'altro, ma è forse anche un modo di adattarsi a un sistema che funziona economicamente, ma davanti al quale la ricezione deve trovare ancora degli efficaci anticorpi.

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