Christopher Nolan e The Odyssey: il viaggio finale di un autore che ha riscritto l'epica del cinema moderno
Christopher Nolan affronta The Odyssey, il progetto (forse) più ambizioso della sua carriera
Un corto circuito temporale, un atto di auto-cannibalismo creativo. Con The Odyssey, Christopher Nolan fa un a scelta che è insieme un ritorno alle origini e un salto definitivo oltre ogni confine già esplorato. Il suo tredicesimo lungometraggio è il punto di arrivo di un percorso artistico coerente, ossessivo e radicale, che ha trasformato il regista britannico nel più ambizioso autore del cinema contemporaneo mainstream.
Dopo aver piegato il cinecomic, il thriller temporale e il biopic storico alle proprie regole, ecco che Nolan si prepara ad affrontare il mito fondativo per l'eccellenza, Omero.Un crescendo artistico
Fin dagli esordi con Memento e Following, Nolan ha d'altronde dimostrato una fascinazione profonda per la struttura del racconto, per il tempo come materia narrativa e per l'idea di identità messa alla prova. Memento, in particolare, era una vera dichiarazione poetica, ovvero il cinema inteso come labirinto cognitivo.
Con Insomnia e soprattutto Batman Begins Nolan ha poi dimostrato di sapere tradurre questa complessità in un linguaggio accessibile, reinventando il blockbuster come spazio di riflessione morale.La trilogia de Cavaliere Oscuro resta uno spartiacque. Ha restituito dignità al cinema dei supereroi ma ha imposto anche l'idea di uno spettacolo ancorato alla fisicità, al peso delle scelte. Da lì in avanti ogni film di Nolan ha rappresentato un ulteriore passo verso la costruzione di un cinema multisfaccettato.
Inception ha portato il kolossal dentro l'architettura del sogno, Interstellar ha fuso il melodramma familiare con l'astronomia, Dunkirk ha riscritto il film bellico come esperienza sensoriale pura, Tenet ha spinto il concetto di tempo reversibile fino al limite della comprensione.
Ma è con Oppenheimer che Nolan ha forse raggiunto il suo apice produttivo e simbolico. Ha trasformato la nascita della bomba atomica in un'epopea morale da quasi un miliardo di dollari, premiata agli Oscar e accolta come evento culturale globale.
E anziché fermarsi il regista ha scelto di alzare ancor di più l'asticella. The Odyssey nasce proprio dall'urgenza di raccontare la prima grande storia dell'umanità con i mezzi del cinema contemporaneo, senza filtri ironici né alleggerimenti.
Affidare il ruolo di Ulisse a Matt Damon è una scelta matura, lontana dall'eroismo classico. Nolan rifiuta il mito patinato, quel che vuol celebrare è l'uomo che attraversa il mondo e ne viene trasformato. Le riprese (oltre 600.000 metri di pellicola, con gran parte delle scene girate in mare aperto) confermano la fedeltà assoluta del regista a un cinema fisico, ostinatamente reale. Onde vere, location autentiche: per Nolan la fatica della produzione diventa parte integrante (e indispensabile) del racconto.
Questa adesione quasi ascetica alla realtà è il tratto che, dopotutto, unisce tutta la sua filmografia. Dai set urbani di Gotham allo spazio profondo di Interstellar, Nolan ha sempre cercato il contatto diretto con il mondo. Un rapporto d'amore nutrito da una curiosità sincera, che lo induce a spingersi sempre oltre, sempre più a fondo alla ricerca dell'essenza più vera dell'essere umano.
The Odyssey sembra portare questa filosofia al suo compimento naturale. Il viaggio diventa una prova fisica, morale. Nolan ha costruito la sua carriera proprio colmando vuoti. Raccontando ciò che il cinema "industriale" non osava più affrontare con serietà e ambizione.
In The Odyssey questa tensione si fa esplicita. Si realizza l'epopea definitiva per riconnettersi alle radici del racconto umano. La pellicola appare già come la naturale evoluzione di un autore che film dopo film ha dimostrato che il cinema può ancora essere rischioso. E profondamente necessario.
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