Cosa sono diventati gli zombie a furia di sfruttarli?
Il cinema aveva bisogno di raccontare nuove paure come il terrore per i virus che si propagano in tutto il mondo o la fobia per la fine del mondo, e gli zombie parevano fatti apposta...
Non ci sono più gli zombie di una volta.
Qualsiasi elemento, idea o figura dell’immaginario più viene utilizzata, più si usura, più diventa generica e perde il proprio specifico. Perchè a furia di abusarne quell’oggetto culturale viene arricchito di caratteristiche, viene riempito di proprietà, aggettivi, potenzialità e funzioni che ad un certo punto diventa tutto e nulla. Oggetti plasmati così tante volte da aver perso la forma primigenia.
Alla loro nascita gli zombie, ovvero i morti che tornano in vita uscendo dalle tombe, sono una precisa metafora della società. I cadaveri che camminano in mezzo a noi, che ripetono in maniera forzata le azioni compiute in vita, che anelano cervelli e ciondolano inerti nei centri commerciali erano un modo come un altro di mettere paura e suggerire che quelle creature senza vita, orrende, putrefatte e inevitabilmente lentissime non sono troppo diverse da noi che invece siamo puliti.
Nei film uscivano dalle tombe ma sembrava che fossero una metafora del vivere moderno (non a caso sono spesso vicini a luoghi della modernità come i supermercati).
Poi nel 2002, Danny Boyle ha ripreso l’idea messa in scena da Umberto Lenzi in Incubo sulla città contaminata (1980), cioè ibridare i morti viventi alla rabbia, il cinema di paura con quello (neonato) di contagio, che poi in quel momento voleva dire mescolare una tradizione antica ad una fobia moderna, cioè quella per la pandemia, il virus letale che uccide il pianeta.
Dei morti viventi Lenzi e poi Boyle esaltano la capacità di propagare la propria genia, mordere e contagiare, come un virus, per renderli grande allegoria delle malattie contemporanee. Non sono più lenti ma corrono (anche questa idea di Lenzi) e paiono rabbiosi, disumani non per la prossimità allo stato di cadavere che ne causa la lentezza ma per la furia con la quale vogliono cibarsi di altri umani, ovvero propagare il virus.
Mentre Soderberg va al cuore del problema girando Contagion, vediamo arrivare nelle sale film come La Horde (un francese durissimo tutto in un palazzo), il remake di La città verrà distrutta all’alba, Benvenuti a Zombieland, la serie The walking dead e una grandissima quantità di videogiochi che riprendono sempre di più la minaccia dinamica e contagiosa degli zombie (capofila, ovviamente, è Resident Evil, sia al cinema che sulle console).
Tutto questo cambia gli zombie, o meglio ne cambia la percezione comune. Non sono più una minaccia particolare ma sono un’apocalisse, sono una delle maniere in cui il pianeta rischia di finire (questo anche grazie alla tendenza verso l’apocalittico che ha caratterizzato il cinema intorno al 2012), di nuovo con una comunanza non casuale con i virus e le epidemie virali.
E’ chiaro che non c’è nulla di male nell’evoluzione di una figura archetipa del cinema. E’ semmai significativo il fatto che negli anni ‘00 la paura per la pandemia, unita al correre in giro per la società dell’idea che il mondo stesse per finire, si siano attaccati a quei personaggi della tradizione filmica che più sembravano adatti a raccontarle.
Loro malgrado gli zombie sono stati cambiati e plasmati dal cinema per diventare altro da ciò che erano, non più un elemento da horror ma protagonisti di film d’azione, di fantascienza, di commedie e quant’altro. Poichè qualcuno o qualcosa doveva farsi interprete di quest’istanza culturale, questa paura in qualche modo andava messa per immagini.
In tutto questo il capitolo finale dell’evoluzione (per il momento), ovvero World War Z, continua a concepire lo zombietudine come un virus (addirittura se ne cerca una cura) e decide di perdere totalmente il contatto con gli zombie come oggetto da studiare. In tutto il film non ne vediamo mai uno da vicino (tranne in una sola scena e per motivi di suspense), ma solo da lontano e a gruppi di centinaia. Gli zombie di Forster sono come cavallette, esseri spersonalizzati che non hanno più nessun legame con la vita che conducevano prima (mentre in passato era proprio il legame con il loro essere stati uomini, aver avuto amanti, figli, proprietà e affetti una delle componenti più forti di queste figure dell’orrore), non sono nemmeno più degli ex-uomini ma mostri e basta, da sterminare senza pensarci, bersagli su cui sparare a caso.
Insomma, li continuiamo a chiamare con lo stesso nome, “zombie”, ma non hanno niente di quel che li caratterizzava all’inizio. Non anelano ai cervelli, non escono dalle tombe, non sono la metafora della nostra società e della maniera in cui influisce su di noi e non camminano inebetiti. Rimane il fatto che trasformano con un morso, ma quello in fondo lo fanno anche i vampiri...