Diciotto mesi di fulmine: il viaggio umano e artistico di James Dean

Un viaggio nella vita di James Dean, tra la fragilità dell'infanzia e una carriera folgorante che ha dato voce a una generazione. La storia di un'anima inquieta che ha cambiato il cinema in soli diciotto mesi.

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James Dean non era solo un attore; era un ragazzo profondamente ferito che cercava disperatamente di colmare un vuoto. La sua storia inizia davvero con quella perdita terribile, la morte di sua madre quando era solo un bambino. È un trauma che si porta dietro per tutta la vita e che vedi ogni volta che i suoi occhi si inumidiscono davanti alla cinepresa. Non stava recitando la solitudine, la stava semplicemente mostrando.

James Dean: l'anima fragile dietro l'eterno ribelle

A New York era uno dei tanti: un ragazzo timido, un po' impacciato con quegli occhiali spessi, che però diventava elettrico appena metteva piede sul palco. Quando arrivò a Hollywood, non si adattò mai a quel mondo di sorrisi finti e contratti d'acciaio. Preferiva sporcarsi le mani con i motori delle sue macchine o suonare i bongo per ore, isolandosi da tutti.

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La sua carriera è stata un soffio, appena tre film da protagonista, ma ognuno di essi è stato un pezzo di anima messo a nudo. Tutto ebbe inizio con Elia Kazan, che per La valle dell'Eden cercava qualcuno che avesse la stessa "spigolosità" di un animale ferito. James arrivò sul set e sconvolse ogni regola. Non gli importava della tecnica tradizionale; cercava la verità. Si dice che il rapporto con il suo coprotagonista, Raymond Massey, fosse teso proprio perché James lo provocava fuori dal set per alimentare la rabbia che doveva mostrare nel film. Voleva che quel dolore tra padre e figlio fosse reale, palpabile, e ci riuscì così bene da ricevere la prima candidatura all'Oscar dopo la sua morte.

Subito dopo, arrivò il ruolo che lo avrebbe reso immortale: Jim Stark in Gioventù bruciata. Qui James portò sullo schermo qualcosa di mai visto prima: la vulnerabilità maschile. In un'epoca di eroi duri e d'un pezzo, lui scelse di mostrare un ragazzo che piange, che urla "Mi state lacerando!", che cerca disperatamente un modello in cui credere. Sul set legò moltissimo con il regista Nicholas Ray, che lo lasciò libero di improvvisare, come nella celebre scena iniziale con l'orsacchiotto meccanico, trovata da James mentre era quasi ubriaco per entrare meglio nella parte. Era un modo di lavorare che sfiniva chi gli stava intorno, ma il risultato era una recitazione che sembrava vita vera, non cinema.

Infine, ci fu la sfida de Il Gigante. Per James, questo film era la prova del nove: doveva dimostrare di poter interpretare un uomo che invecchia nell'arco di trent'anni. Passò ore a studiare i gesti dei cowboy, il loro modo di camminare e di guardare l'orizzonte. La sua interpretazione di Jett Rink è un capolavoro di dettagli: il modo in cui misura la terra a passi, o quella sua risata amara quando finalmente diventa ricco ma si scopre più solo di prima. Durante le riprese in Texas, James era spesso isolato; la sua dedizione al personaggio era così totale da risultare quasi inquietante per i colleghi più tradizionali.

Fu proprio alla fine delle riprese di questo kolossal che James, libero dai vincoli contrattuali che gli proibivano di correre, si mise alla guida della sua Porsche. Non fece in tempo a vedere nessuno di questi ultimi due lavori completati. La sua carriera si è chiusa in un montaggio frenetico di soli diciotto mesi, lasciandoci però l'eredità di un uomo che non ha mai smesso di cercare se stesso attraverso i suoi personaggi.

Ci piace ancora oggi perché in lui vediamo la nostra stessa fragilità, quella voglia di spaccare il mondo e, allo stesso tempo, la paura di restare soli.

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