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Fan di Bojack Horseman? Su Netflix, c'è un'altra serie animata (imperdibile) dello stesso showrunner

Long Story Short, la serie animata di Raphael Bob-Waksberg (creatore di BoJack Horseman), è un grande successo su Netflix.

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Quando un creatore riesce a confezionare una serie capace di farti ridere a crepapelle in un episodio e piangere disperatamente in quello successivo, sai di trovarti di fronte a qualcosa di speciale. Raphael Bob-Waksberg lo ha fatto con BoJack Horseman, la serie animata che tra il 2014 e il 2020 ha ridefinito i confini della comedy televisiva, trasformando la storia di un cavallo antropomorfo depresso in una delle narrazioni più umane e brutalmente oneste dell'era streaming. Ora, a distanza di cinque anni dalla conclusione di quella magia narrativa, lo showrunner torna con una nuova imperdibile serie animata: Long Story Short.

Long Story Short abbandona gli animali parlanti e l'ambientazione hollywoodiana per concentrarsi su qualcosa di ancora più universale: una famiglia. La serie segue i fratelli Schwooper attraverso gli anni, saltando avanti e indietro nel tempo dalla loro infanzia all'età adulta e viceversa. È un approccio narrativo non lineare che permette di esplorare i trionfi, le delusioni, le perdite e le gioie che caratterizzano ogni nucleo familiare, creando un mosaico emotivo complesso e stratificato. Il consenso critico su Rotten Tomatoes elogia la capacità dello show di affrontare tematiche complesse con un tono al contempo folle e unico.

È esattamente il territorio che Bob-Waksberg conosce meglio: quella zona grigia dove il comico e il tragico si fondono, dove una battuta può precedere una rivelazione devastante, dove il ridicolo e il profondo coesistono senza annullarsi a vicenda. BoJack Horseman aveva impiegato una prima stagione discontinua per trovare il suo equilibrio, ma una volta trovato aveva mantenuto quel punteggio quasi perfetto per tutte le stagioni successive, diventando progressivamente più oscura senza mai perdere il suo cuore comico. La differenza sostanziale rispetto al lavoro precedente sta nell'approccio narrativo.

Long Story Short è una storia radicata nella realtà quotidiana, lontana dalle scorribande surreali di Hollywood e dai personaggi animali che popolavano BoJack. Qui non ci sono stelle del cinema equine o gatti agenti o cani conduttori televisivi. Ci sono persone normali, o meglio, versioni animate di persone normali che affrontano problemi universali: le dinamiche familiari, il passare del tempo, i rimpianti, le seconde possibilità, i legami che si rafforzano o si spezzano. Questa scelta stilistica distingue Long Story Short dall'affollato panorama dell'animazione per adulti su Netflix, che spazia dai racconti sci-fi antologici di Love, Death & Robots, alla revenge story samurai di Blue Eye Samurai (una serie così bella, che la guarderai tutta d'un fiato), passando per adattamenti di videogiochi come Tomb Raider: The Legend of Lara Croft e Devil May Cry.

Mentre molte di queste produzioni puntano sul genere, sull'azione e su basi di fan preesistenti, Long Story Short è deliberatamente intima, personale, quasi claustrofobica nella sua concentrazione sui rapporti umani. Il titolo stesso, Long Story Short, è un gioco di parole che funziona su più livelli. In inglese è un'espressione idiomatica che significa "per farla breve", ma qui diventa ironico perché la serie fa esattamente l'opposto: prende la lunga storia di una famiglia e la racconta in tutta la sua complessità, senza scorciatoie narrative o semplificazioni. È un titolo che promette e allo stesso tempo sovverte, esattamente come ci si aspetterebbe da Bob-Waksberg.

Per chi aveva amato BoJack Horseman e si era chiesto se Bob-Waksberg avrebbe mai ritrovato quella magia, Long Story Short sembra offrire una risposta positiva. La serie non è una copia del lavoro precedente, ma ne condivide il DNA emotivo, quella capacità di trovare l'umanità nei momenti più inaspettati, di farti ridere mentre ti prepara per un pugno allo stomaco narrativo.

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