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Il protagonista di Ritorno a Buenos Aires è esistito davvero? La verità su Mariano è ancora più drammatica

Mariano Guerra di Ritorno a Buenos Aires non è realmente esistito, ma dietro il personaggio di Adriano Giannini c’è l’esperienza vissuta dal regista Marco Bechis.

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Ritorno a Buenos Aires racconta una storia talmente legata a una delle pagine più drammatiche della storia argentina da far sorgere quasi inevitabilmente una domanda: Mariano Guerra, il protagonista interpretato da Adriano Giannini, è esistito davvero?La risposta è no. Mariano non è la trasposizione cinematografica di una persona realmente esistita e Ritorno a Buenos Aires non è un film biografico nel senso tradizionale del termine.

Dietro il personaggio, però, c'è qualcosa di profondamente reale: l'esperienza vissuta in prima persona dal regista Marco Bechis durante gli anni della dittatura militare argentina. Nel film Mariano è un medico che vive in Italia e che nel 2008, dopo oltre trent'anni lontano dall'Argentina, viene chiamato a Buenos Aires per testimoniare nel processo contro gli ex militari responsabili del suo sequestro.

Durante la dittatura era stato imprigionato, torturato e costretto a collaborare con i suoi carcerieri. Tornare significa quindi affrontare non soltanto i suoi aguzzini, ma soprattutto il senso di colpa accumulato durante decenni di silenzio. Ed è qui che finzione e realtà cominciano ad avvicinarsi, visto che Marco Bechis conosce personalmente quell'orrore. Nel 1977, quando aveva vent'anni, il futuro regista venne sequestrato dalla dittatura argentina e rinchiuso per circa quattro mesi nel centro clandestino di detenzione Club Atlético.

Ritorno a Buenos Aires, fonte: Fandango

Un'esperienza che avrebbe segnato profondamente la sua vita e il suo cinema, fino a diventare anche una delle radici di Garage Olimpo, il film del 1999 dedicato proprio alla repressione argentina. Bechis ha tuttavia voluto tracciare una linea molto netta tra se stesso e Mariano Guerra e parlando di Ritorno a Buenos Aires ha precisato che quella del protagonista “non è la mia storia”. Mariano rimane dunque un personaggio inventato, non un alter ego attraverso il quale il regista ha semplicemente cambiato nome alla propria autobiografia.

“Torno in Argentina cinquant'anni dopo con una storia che non è la mia, ma che nasce da una ferita che conosco. Anch'io sono stato sequestrato durante la dittatura argentina, ma Mariano non sono io. Ho scelto la finzione perché a volte è l'unico modo per avvicinarsi a una verità che la memoria, da sola, non riesce a raccontare”. - Marco Bechis

Ritorno a Buenos Aires, fonte: Fandango

A unirli è piuttosto qualcosa di più profondo: la condizione del sopravvissuto. Bechis ha raccontato come sopravvivere a esperienze del genere finisca per diventare parte dell'identità di una persona, portando con sé anche la domanda più difficile: perché io sono ancora vivo mentre altri non lo sono? E questo è proprio il conflitto che tormenta Mariano, costretto nel film a confrontarsi con ciò che fece per rimanere in vita e con persone che condividono la stessa memoria.

Per questo sarebbe riduttivo definire Ritorno a Buenos Aires semplicemente una “storia vera”. Mariano Guerra non è mai esistito, ma il trauma che porta addosso sì. Bechis ha scelto la finzione per raccontare qualcosa che conosce direttamente, mescolando la propria esperienza con quella più ampia dei sopravvissuti alla repressione argentina. Ed è probabilmente proprio questa distanza tra autobiografia e finzione a rendere Mariano così credibile nonostante il film non racconti una storia vera: Adriano Giannini non interpreta Marco Bechis, ma un personaggio immaginario nato da una ferita assolutamente reale.

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