Il Signore degli Anelli: Tolkien considerava questa scena con Sam la più tragica della saga
In una intevista rilasciata a BBC nel 1968, J.R.R.Tolkien ha svelato qual'è il momento più tragico di tutto Il signore degli anelli, che vede coinvolto Samwise Gamgee e la sua lealtà con Frodo.
Il Signore degli Anelli è un'opera monumentale che ha ridefinito il genere fantasy, costruendo un universo dove il confine tra bene e male sembra tracciato con precisione chirurgica. Eppure, anche in questo mondo di eroi e villain, J.R.R. Tolkien ha saputo inserire sfumature morali che continuano a interrogare i lettori decenni dopo la pubblicazione. E proprio una di queste sfumature rappresenta, secondo l'autore stesso, il momento più tragico dell'intera saga. Non si tratta della morte di Boromir, né del sacrificio di Gandalf contro il Balrog. Il punto più straziante del viaggio attraverso la Terra di Mezzo coinvolge un gesto apparentemente innocuo di Samwise Gamgee, l'hobbit che tutti consideriamo l'eroe più puro e leale della storia.
"La gente mi ha spesso chiesto cosa mi commuova di più. Penso che il punto più tragico dell'intera storia sia la terribile ironia che il bene spesso genera il male. Il momento più tragico è quando Sam, nella sua protettività, dice 'Togli le mani'. E quindi distrugge il pentimento di Gollum. Perché questo sembra essere molto fedele alla vita reale". -J.R.R.Tolkien a BBC
Queste parole di Tolkien hanno attivamente cambiato il modo in cui i fan della saga si rapportano al testo, gettando una luce completamente nuova su un episodio che, a una prima lettura, potrebbe sembrare marginale.
La scena in questione si svolge nel capitolo Le scale di Cirith Ungol de Le Due Torri. Sam e Frodo decidono di riposare mentre Gollum si allontana. Quando la creatura ritorna, osserva i due hobbit addormentati con uno sguardo che il narratore descrive come quasi affettuoso. In un momento di introspezione raro e toccante, Gollum allunga la mano verso il ginocchio di Frodo, in un gesto che sembra indicare una svolta interiore, forse l'inizio di un genuino pentimento. Ma quando Frodo si muove nel sonno, Sam si sveglia di soprassalto e, credendo che Sméagol stia "toccando" il suo padrone con intenzioni malvagie, reagisce con furia: "Togli le mani di dosso".
L'ironia sottolineata da Tolkien è devastante nella sua semplicità: Sam agisce mosso dall'amore e dalla lealtà verso Frodo, due qualità che lo rendono uno dei personaggi più amati della letteratura fantasy. Eppure, proprio questa bontà genera una conseguenza tragica. Il bene, nella sua manifestazione più istintiva e protettiva, diventa involontariamente strumento del male. Non c'è cattiveria nell'azione di Sam, solo un comprensibile istinto di difesa. Ma le intenzioni pure non sono sufficienti a prevenire le conseguenze.
Questa dinamica riflette una verità profonda sulla natura umana che Tolkien, da cattolico devoto e studioso di letteratura medievale, conosceva bene. La strada per l'inferno, come recita il proverbio, è lastricata di buone intenzioni. E in un mondo dove la corruzione dell'Anello rappresenta la tentazione del potere assoluto, anche gli atti di virtù possono avere esiti inaspettati e dolorosi. Sam non è un villain, né diventa moralmente grigio per questo errore. Resta un eroe. Ma è un eroe fallibile, umano nella sua incapacità di vedere oltre l'apparenza del momento.
Sono interrogativi senza risposta definitiva, ma proprio questo è il genio di Tolkien. L'autore non offre soluzioni semplici né moralismi spiccioli. Presenta invece un mondo dove le azioni hanno conseguenze imprevedibili, dove la linea tra eroe e caduto è più sottile di quanto vorremmo ammettere, e dove persino i gesti più nobili possono generare dolore. Sam rimane un eroe, ma un eroe che ha commesso un errore dalle conseguenze immense. Gollum rimane un antagonista, ma un antagonista che ha sfiorato la salvezza prima di perderla per sempre.
Quella intervista del 1968 alla BBC rappresenta un testamento spirituale dell'autore. A più di trent'anni dalla creazione del suo mondo più famoso, con la prospettiva che solo il tempo può dare, Tolkien scelse di sottolineare non le battaglie epiche o i momenti di trionfo, ma questo piccolo, devastante fallimento di comunicazione tra due esseri entrambi segnati dal potere corrosivo dell'Anello. Un momento che parla di pietà negata, di occasioni perdute, di quanto sia difficile riconoscere il pentimento altrui quando siamo accecati dalla paura o dalla diffidenza.