FILM

Il Signore degli Anelli, dopo 24 anni questa frase di Sam è ancora la più bella della saga

Dopo 24 anni, la lezione di Samwise Gamgee nelle Due Torri resta la colonna portante dell'intera saga di Peter Jackson

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La trilogia di Peter Jackson è sopravvissuta indenne al logorio del tempo e alle mode dello streaming, ma il merito non è dei suoi blasonati eroi da copertina. A ventiquattro anni di distanza, la critica è concorde: il momento più alto dell'intera saga tolkieniana appartiene a Samwise Gamgee.

Il suo celebre monologo sulle storie che contano davvero, d'altronde, è ormai passata alla storia della cinematografia. Un fendente di pura umanità che finalmente scompagina i cliché del genere e chi ricorda che Sauron non è stato sconfitto dalla magia, ma dalla straordinaria ostinazione di un Hobbit qualunque.

Il 'tradimento' che fece la fortuna di Jackson

Sceneggiare l'immensità di J.R.R. Tolkien ha sempre significato operare un taglio spietato sui testi. Nel caso del monologo di Sam a Osgiliath, la deviazione della sceneggiatura rispetto alla pagina scritta fu all'epoca oggetto di accesi dibattiti tra i puristi. Tolkien ha sempre centellinato, a suo tempo, la saggezza bucolica del personaggio, ma Jackson e il suo team compresero la necessità di un richiamo drammatico immediato, capace di commuovere lo spettatore.

Il discorso di Sam ne Il Signore degli Anelli - Le Due Torri (New Line Cinema)

Nel punto più basso del viaggio dei due Hobbit, con un Frodo ormai svuotato dal peso logorante dell'Anello, ecco arrivare Sam con una lezione di vita mica da poco per un semplice giardiniere della Contea. "È come nelle grandi storie, padron Frodo. Quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericoli, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro? [...] Ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest'ombra." E, al cinema, tutti in lacrime.

La performance di Sean Astin fu magnificamente in grado di trasformare la semplicità in epica. Non c'è ambizione nello sguardo di Sam, ed è precisamente questo il punto di rottura che manda in frantumi il disegno di Sauron.

Il Male, ne Il Signore degli Anelli, è forse la più alta rappresentazione del potere e del controllo; la "cura" proposta da Sam è il ricordo di un giardino, di una colazione al sole, di una realtà semplice e ordinaria. Qualcosa che l'Oscuro Signore, nella sua cecità strategica, non avrebbe mai potuto prevedere.

La pluralità come punto di forza

Ormai si sa, La Compagnia non è mai stata solo un gruppo di viandanti; al suo interno emergono psicologie ben distinte che, alla fine, si incastrano alla perfezione.

C'è il pragmatismo lucido di Gandalf, che sintetizza il destino con quel fermo e stanco invito a decidere cosa fare del tempo che ci viene dato, muovendosi con il tono di un padre che ha già visto il futuro. Al polo opposto vibra l'orgoglio guerriero di Aragorn, capace di dare la classica scossa elettrica a chi è nato per guidare gli altri fin sulla porta del macello, giurando che "il giorno del crollo prima o poi arriverà, ma non è questo il giorno" (altra scena epica).

E infine si consuma la parabola tragica di Boromir, una redenzione disperata che si compie nell'istante esatto del fallimento, sigillata dalla promessa di fedeltà a quel re che avrebbe seguito come un fratello. Eppure, persino quando si arriva alla fine del viaggio e Frodo sussurra quel memorabile ringraziamento al fidato Sam per averlo accanto alla fine di tutte le cose, si capisce che l'intera saga trova la sua vera legittimità solo nella caparbietà del suo compagno più umile.

Fa quasi sorridere che oggi i colossi della Silicon Valley stacchino assegni a nove cifre solo per inseguire l'ombra di Tolkien, sfornando con dubbia convinzione prodotti seriali algidi che accumulano budget ma non convincono del tutto, mentre è la semplicità di quel vecchio monologo a continuare a dare lezioni di cinema.

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