KPop Demon Hunters, Netflix finisce nei guai: una band fa causa e dietro c'è una storia assurda
I Demon Hunter hanno fatto causa a Netflix e AEG accusandole di violazione del marchio: tra gli episodi citati anche 500 dollari spesi per errore in biglietti di un concerto.
Il successo planetario di KPop Demon Hunters potrebbe avere un prezzo più alto del previsto per Netflix, visto che la band metal cristiana Demon Hunter ha ufficialmente depositato una causa presso i tribunali statunitensi martedì scorso, accusando il colosso dello streaming e AEG Presents di violazione del marchio e concorrenza sleale. Al centro della disputa c'è proprio il titolo del film animato che ha infranto ogni record sulla piattaforma, diventando sia il titolo originale più visto di sempre che il maggiore incasso cinematografico nella storia di Netflix.
La causa, depositata attraverso la società Hyde Lane che gestisce il marchio della band, non usa mezzi termini. Demon Hunter accusa Netflix e AEG di proteggere gelosamente i propri diritti di proprietà intellettuale mentre calpestano quelli altrui nella corsa sfrenata al profitto. Un'accusa pesante che arriva dopo mesi di silenzio, proprio mentre Netflix e Sony hanno confermato lo scorso marzo che KPop Demon Hunters 2 è ufficialmente in fase di sviluppo, con Maggie Kang e Chris Appelhans nuovamente alla regia e alla scrittura.Ma chi sono davvero i Demon Hunter, e perché stanno facendo causa solo adesso? Fondata nel 2000 dai fratelli Don e Ryan Clark, la band ha costruito negli ultimi ventisei anni una presenza solida, anche se di nicchia, nella scena del metal cristiano. Dodici album all'attivo, oltre 350mila ascoltatori mensili su Spotify, e un pubblico fedele che segue tour e acquista merchandise. Una realtà underground rispetto ai riflettori hollywoodiani, certo, ma con una storia lunga e documentata.
Il problema nasce proprio dalla sovrapposizione dei nomi. Secondo i legali della band, Netflix e AEG hanno progressivamente ampliato la loro presenza commerciale fino a sovrapporsi quasi completamente con i prodotti e servizi offerti dai Demon Hunter originali. Il film non è rimasto confinato alla piattaforma streaming: c'è stata una distribuzione cinematografica record, una colonna sonora che ha dominato le classifiche, una valanga di merchandising, e soprattutto un tour mondiale organizzato da AEG Presents annunciato lo scorso maggio, che toccherà centocinquanta città in tutto il mondo.
La confusione, almeno secondo quanto riportato nella causa, non sarebbe soltanto teorica. Tra gli episodi citati ce n'è infatti uno particolarmente curioso: una persona avrebbe speso circa 500 dollari per acquistare i biglietti di un concerto dei Demon Hunter, convinta però che si trattasse di uno spettacolo legato a KPop Demon Hunters al quale voleva portare le figlie di 5 e 6 anni. Solo dopo l'acquisto si sarebbe resa conto di aver comprato i biglietti per assistere all'esibizione della band metal cristiana. Per i Demon Hunter, episodi come questo dimostrerebbero che la sovrapposizione tra i due nomi sta già creando confusione tra il pubblico.Ed è proprio su questo punto che la causa cerca di costruire una parte importante delle proprie accuse contro Netflix e AEG Presents: non soltanto la somiglianza dei nomi, quindi, ma conseguenze che secondo la band sarebbero già visibili nel mondo reale. La causa sostiene che Netflix, sfruttando risorse e visibilità infinitamente superiori, sta di fatto eclissando il marchio originale Demon Hunter nel mercato, appropriandosi del suo significato identificativo. Per la band, questo significa perdere il controllo della propria identità commerciale, venire percepiti dal pubblico come affiliati, sponsorizzati o derivati dal film di Netflix, quando in realtà loro sono arrivati prima.
Molto prima. Ed è qui che la vicenda si complica. Nonostante i Demon Hunter esistano dal 2000, Hyde Lane ha registrato il marchio per musica registrata e merchandising solo nel 2022. Nel frattempo, KPop Demon Hunters aveva iniziato il suo sviluppo nel 2016 ed era stato annunciato ufficialmente da Sony all'inizio del 2021, quindi prima della registrazione del marchio. Questa tempistica potrebbe rivelarsi cruciale nelle aule di tribunale e spiegare perché la band ha atteso il successo clamoroso del film prima di agire legalmente.
Ma c'è un elemento che potrebbe cambiare le carte in tavola, poiché la causa afferma esplicitamente che Netflix era a conoscenza dell'esistenza della band prima di procedere con il titolo del film. Demon Hunter è descritto nei documenti legali come "una band metal ben nota e celebrata" che per un quarto di secolo ha pubblicato album, fatto tour e venduto merchandise a un pubblico ampio e devoto. L'accusa implicita è chiara: Netflix sapeva, ma ha scelto di procedere comunque, forte della propria posizione dominante. I danni richiesti non sono ancora quantificati con precisione.
La causa parla di "entità non ancora determinabile" ma chiede danni triplicati, danni esemplari, un'ingiunzione per fermare l'uso del nome, i profitti di Netflix derivanti dal film e il rimborso delle spese legali. Cifre che, considerato il successo monstre di KPop Demon Hunters, potrebbero facilmente raggiungere le decine di milioni di dollari. Cosa significa tutto questo per il sequel tanto atteso. Al momento è difficile dirlo. La cantante Ejae, voce di Rumi nella versione originale, aveva espresso il desiderio di contaminare il pop coreano con altri generi nel secondo capitolo, citando esplicitamente il trot e l'heavy metal.
Una scelta che metterebbe il film in rotta di collisione ancora più diretta con l'universo sonoro dei Demon Hunter. Tuttavia, anche nell'ipotesi più favorevole alla band, è improbabile che la causa possa davvero fermare o rallentare significativamente i piani di Netflix. Il gigante dello streaming e i suoi studi legali hanno risorse praticamente illimitate per affrontare contenziosi di questo tipo. E la storia del cinema è piena di dispute sui titoli risolte con accordi economici o modifiche minori che non hanno mai impedito l'uscita di un film.
Ma il principio resta: quando un piccolo artista, che ha costruito un nome nel corso di decenni, si trova schiacciato dalla macchina promozionale di una corporation globale, chi ha davvero ragione. I tribunali dovranno decidere se ventisei anni di storia della band pesano più della registrazione tardiva del marchio, e se Netflix ha agito in buona fede o ha deliberatamente ignorato un'esistenza precedente. Nel frattempo, i Demon Hunter originali continuano la loro battaglia per non diventare una nota a piè di pagina nella storia del successo altrui, mentre i fan di KPop Demon Hunters attendono notizie sul sequel, ignari che dietro quel titolo si nasconda una guerra legale destinata a durare anni.