La Fine di Oak Street, come finisce un intero quartiere tra i dinosauri? La spiegazione è più scientifica del previsto
La Fine di Oak Street porta un'intera strada indietro di 65 milioni di anni, ma dietro i suoi viaggi nel tempo c'è una teoria scientifica legata a Carl Sagan e ai wormhole.
C'è qualcosa di profondamente assurdo nell'idea di svegliarsi una mattina e trovare un dinosauro fuori dalla finestra di casa. Eppure è proprio da qui che parte La Fine di Oak Street, il nuovo film di David Robert Mitchell prodotto da J.J. Abrams: un tranquillo quartiere di periferia viene improvvisamente catapultato 65 milioni di anni indietro nel tempo, trasformando villette, prati perfettamente curati e barbecue tra vicini in un terreno di caccia preistorico. Una premessa volutamente folle, che sembra uscita direttamente dal cinema d'avventura degli anni Ottanta. Seguono spoiler importanti sul film.
Mitchell, che aveva già dimostrato di saper maneggiare l'inquietudine con It Follows, stavolta cambia registro ma non abbandona la tensione. Come ha dichiarato nelle note di produzione ufficiali, il suo obiettivo era ricreare quella magia narrativa degli anni Settanta e Ottanta, quando i film ti facevano affezionare ai personaggi prima di catapultarli nel caos. Ma veniamo al cuore pulsante del film: come si spiega scientificamente questo salto temporale? Non è magia, né un esperimento governativo andato storto. La risposta arriva da Audrey, la figlia maggiore dei Platt, interpretata da Maisy Stella.
Ragazza brillante con la passione per l'astrofisica e il sogno di studiare alla Cornell University, Audrey tira fuori dal cilindro il nome di Carl Sagan. Per chi non lo conoscesse, Sagan è stato uno degli astronomi e divulgatori scientifici più influenti del Ventesimo secolo, quello di Cosmos, per capirci. E fu proprio lui a rendere popolare presso il grande pubblico il concetto di wormhole, i buchi neri che potrebbero piegare lo spazio e il tempo permettendo di attraversare distanze impossibili. Nel 1985, mentre scriveva il suo romanzo Contact (poi diventato film nel 1997 con la regia di Robert Zemeckis), Sagan si consultò con il fisico teorico Kip Thorne per rendere credibile l'idea di viaggiare attraverso lo spazio-tempo.
Di notte, improvvisi lampi di luce accecante squarciano il buio. Nei giardini cominciano a comparire oggetti impossibili: piante estinte da millenni, un fumante mucchio di sterco di dinosauro. Sono tremori prima del terremoto, portali minuscoli che portano avanti e indietro oggetti tra presente e passato. Poi arriva il wormhole definitivo, quello che inghiotte l'intero quartiere e lo sputa nel Mesozoico. Non è un caso che Mitchell abbia scelto di mescolare specie di dinosauri provenienti da ere diverse: ceratopsidi, teropodi, sauropodi che in natura non avrebbero mai convissuto. È un dettaglio voluto, che rafforza l'idea che il fenomeno non sia un semplice viaggio nel tempo lineare, ma una sorta di frullatore cosmico che pesca creature da milioni di anni di storia terrestre e le ammassa tutte insieme.
Il team degli effetti speciali, per evitare di cadere negli stereotipi visivi della fantascienza, ha studiato esperimenti condotti sulla Stazione Spaziale Internazionale con l'acqua in assenza di gravità. Il risultato sono portali dall'aspetto organico, liquido, che sembrano membrane pulsanti più che tunnel metallici o spirali luminose. Un tocco di originalità che distingue La Fine di Oak Street dal resto della produzione sci-fi contemporanea. Ma come si esce da un incubo del genere? Qui entra in gioco l'intuizione più intelligente della sceneggiatura: i piccoli portali continuano ad aprirsi anche nel passato, creando finestre temporali che ricollegano il 1982 al Cretaceo. I Platt riescono a sfruttare uno di questi passaggi per tornare a casa, ma soprattutto per modificare il corso degli eventi.
C'è chi ha già iniziato a collegare La Fine di Oak Street all'universo di Cloverfield, dato che entrambi sono produzioni Abrams e trattano di anomalie spaziotemporali catastrofiche. Eppure nel film non c'è alcun riferimento esplicito a Cloverfield, 10 Cloverfield Lane o The Cloverfield Paradox. Forse è connessione voluta, forse no. Forse La Fine di Oak Street è semplicemente lo stesso tipo di storia che Abrams ama raccontare: ordinario che collide con straordinario, lasciando l'umanità a raccogliere i cocci. E se domani mattina al posto del parcheggio sotto casa ci fosse una foresta preistorica, almeno sapremmo dove cercare una spiegazione: nei wormhole e nelle teorie rese celebri da Carl Sagan.