La Fine di Oak Street, come finisce un intero quartiere tra i dinosauri? La spiegazione è più scientifica del previsto
La Fine di Oak Street porta un'intera strada indietro di 65 milioni di anni, ma dietro i suoi viaggi nel tempo c'è una teoria scientifica legata a Carl Sagan e ai wormhole.
C'è qualcosa di profondamente assurdo nell'idea di svegliarsi una mattina e trovare un dinosauro fuori dalla finestra di casa. Eppure è proprio da qui che parte La Fine di Oak Street, il nuovo film di David Robert Mitchell prodotto da J.J. Abrams: un tranquillo quartiere di periferia viene improvvisamente catapultato 65 milioni di anni indietro nel tempo, trasformando villette, prati perfettamente curati e barbecue tra vicini in un terreno di caccia preistorico. Una premessa volutamente folle, che sembra uscita direttamente dal cinema d'avventura degli anni Ottanta. Seguono spoiler importanti sul film.
Fatta questa precisazione, dietro dinosauri e portali temporali il film prova anche a costruire una spiegazione sorprendentemente concreta. E per farlo tira in ballo wormhole, fisica teorica e persino Carl Sagan, uno degli scienziati e divulgatori più importanti del Novecento. Il film segue le (dis)avventure dei Platt: Greg ed Denise, interpretati da Ewan McGregor e Anne Hathaway, vivono su Oak Street con i loro due figli, Audrey e Brian. Una mattina si svegliano e scoprono che il loro quartiere non è più circondato da altre case e supermercati, ma da una lussureggiante giungla preistorica popolata da creature che dovrebbero essere estinte da ere geologiche. Come ci sono finiti lì? E soprattutto, come diavolo si torna a casa quando il taxi più vicino è separato da te da un abisso temporale di milioni di anni?Mitchell, che aveva già dimostrato di saper maneggiare l'inquietudine con It Follows, stavolta cambia registro ma non abbandona la tensione. Come ha dichiarato nelle note di produzione ufficiali, il suo obiettivo era ricreare quella magia narrativa degli anni Settanta e Ottanta, quando i film ti facevano affezionare ai personaggi prima di catapultarli nel caos. Ma veniamo al cuore pulsante del film: come si spiega scientificamente questo salto temporale? Non è magia, né un esperimento governativo andato storto. La risposta arriva da Audrey, la figlia maggiore dei Platt, interpretata da Maisy Stella.
Ragazza brillante con la passione per l'astrofisica e il sogno di studiare alla Cornell University, Audrey tira fuori dal cilindro il nome di Carl Sagan. Per chi non lo conoscesse, Sagan è stato uno degli astronomi e divulgatori scientifici più influenti del Ventesimo secolo, quello di Cosmos, per capirci. E fu proprio lui a rendere popolare presso il grande pubblico il concetto di wormhole, i buchi neri che potrebbero piegare lo spazio e il tempo permettendo di attraversare distanze impossibili. Nel 1985, mentre scriveva il suo romanzo Contact (poi diventato film nel 1997 con la regia di Robert Zemeckis), Sagan si consultò con il fisico teorico Kip Thorne per rendere credibile l'idea di viaggiare attraverso lo spazio-tempo.
Thorne, che anni dopo avrebbe ispirato Interstellar di Christopher Nolan, gli spiegò che a livello quantistico esistono minuscoli wormhole che si formano e decadono continuamente. L'idea teorica sarebbe afferrarne uno e mantenerlo aperto stabilmente. Come disse lo stesso Sagan in un'intervista del 1999, i nostri acceleratori di particelle non hanno nemmeno l'energia per rilevare questi fenomeni, figuriamoci manipolarli. Ma in linea di principio, è possibile. Ed è esattamente ciò che ipotizza Audrey nel film. Gli strani fenomeni che precedono il grande salto temporale sono tutti segnali d'allarme: un notiziario radio durante la festa di quartiere menziona misteriose increspature spaziali rilevate dalla NASA.Di notte, improvvisi lampi di luce accecante squarciano il buio. Nei giardini cominciano a comparire oggetti impossibili: piante estinte da millenni, un fumante mucchio di sterco di dinosauro. Sono tremori prima del terremoto, portali minuscoli che portano avanti e indietro oggetti tra presente e passato. Poi arriva il wormhole definitivo, quello che inghiotte l'intero quartiere e lo sputa nel Mesozoico. Non è un caso che Mitchell abbia scelto di mescolare specie di dinosauri provenienti da ere diverse: ceratopsidi, teropodi, sauropodi che in natura non avrebbero mai convissuto. È un dettaglio voluto, che rafforza l'idea che il fenomeno non sia un semplice viaggio nel tempo lineare, ma una sorta di frullatore cosmico che pesca creature da milioni di anni di storia terrestre e le ammassa tutte insieme.
Il team degli effetti speciali, per evitare di cadere negli stereotipi visivi della fantascienza, ha studiato esperimenti condotti sulla Stazione Spaziale Internazionale con l'acqua in assenza di gravità. Il risultato sono portali dall'aspetto organico, liquido, che sembrano membrane pulsanti più che tunnel metallici o spirali luminose. Un tocco di originalità che distingue La Fine di Oak Street dal resto della produzione sci-fi contemporanea. Ma come si esce da un incubo del genere? Qui entra in gioco l'intuizione più intelligente della sceneggiatura: i piccoli portali continuano ad aprirsi anche nel passato, creando finestre temporali che ricollegano il 1982 al Cretaceo. I Platt riescono a sfruttare uno di questi passaggi per tornare a casa, ma soprattutto per modificare il corso degli eventi.
Avvertendo gli abitanti di Oak Street di evacuare prima che il grande wormhole si manifesti, salvano decine di vite e cambiano la timeline. Due anni dopo, nella scena finale, scopriamo che la famiglia è diventata celebre. Denise ha scritto un bestseller intitolato, manco a dirlo, La Fine di Oak Street. Audrey non solo è stata ammessa a Cornell, ma ha persino incontrato il suo idolo Carl Sagan attraverso la Astronomical Society del college. Un cerchio narrativo che si chiude con eleganza, collegando l'ispirazione teorica alla realizzazione pratica, il sogno di una ragazza alla sua improbabile realizzazione. Ciò che il film lascia volutamente in sospeso è l'origine dei wormhole. Da dove vengono? Chi o cosa li ha generati? Mitchell sceglie il mistero, lasciando che lo spettatore si costruisca la propria teoria.
C'è chi ha già iniziato a collegare La Fine di Oak Street all'universo di Cloverfield, dato che entrambi sono produzioni Abrams e trattano di anomalie spaziotemporali catastrofiche. Eppure nel film non c'è alcun riferimento esplicito a Cloverfield, 10 Cloverfield Lane o The Cloverfield Paradox. Forse è connessione voluta, forse no. Forse La Fine di Oak Street è semplicemente lo stesso tipo di storia che Abrams ama raccontare: ordinario che collide con straordinario, lasciando l'umanità a raccogliere i cocci. E se domani mattina al posto del parcheggio sotto casa ci fosse una foresta preistorica, almeno sapremmo dove cercare una spiegazione: nei wormhole e nelle teorie rese celebri da Carl Sagan.