La perla nascosta di Matt Damon: il suo film più intenso e commovente da riscoprire
Matt Damon in un ruolo intenso e maturo: La perla nascosta che merita una seconda chance
C'è un Matt Damon che il grande pubblico tende a dimenticare troppo in fretta, schiacciato dall'ombra ingombrante di Jason Bourne e dei blockbuster action che ne hanno definito l'immaginario collettivo.
Eppure basta rispolverare La ragazza di Stillwater, diretto da Tom McCarthy e presentato con successo al Festival di Cannes, per ritrovare un attore capace di reggere da solo un dramma intimo, adulto e maturo, di quelli che Hollywood produce ormai con il contagocce.Un padre, un oceano di distanza, una figlia da salvare
La trama parte da premesse semplici ma cariche di tensione emotiva. Bill Baker, operaio petrolifero dell'Oklahoma, vola a Marsiglia per stare accanto alla figlia Allison, in carcere da anni per l'omicidio della fidanzata, delitto che lei ha sempre negato di aver commesso.
Ostacolato dalla lingua e da una cultura che gli è completamente estranea, Bill trova un'insperata alleata in Virginie, attrice del posto che lo aiuta con le traduzioni e le ricerche necessarie a riaprire il caso. È qui che il film compie il suo primo, decisivo scarto di genere: da controinchiesta a cuore pulsante di un racconto sulla redenzione, sull'appartenenza e sulla seconda possibilità.
Damon costruisce un personaggio fisicamente appesantito e stanco, agli antipodi rispetto all'agente segreto scattante che lo ha reso una star globale. La sua americanità resta evidente in ogni gesto, in ogni sillaba biascicata, rendendolo uno straniero perfetto in una città come Marsiglia, crocevia di culture e identità multiple.Dietro il tentativo di scagionare la figlia si nasconde infatti un uomo che ha già fallito più volte nella propria vita: lavori instabili, un matrimonio finito in tragedia, un rapporto con Allison logorato ben prima dell'arresto. Il vero tema del film, più che l'indagine, è proprio questo bisogno disperato di trovare finalmente un posto nel mondo.
Merito non secondario va alla regia di McCarthy, anche co-sceneggiatore insieme a Marcus Hinchey e Thomas Bidegain, capace di raccontare una città europea senza scadere nello sguardo da cartolina turistica. Il film esplora progressivamente quartieri periferici, centro storico e periferie popolari, lasciando che relazioni e legami emergano con naturalezza, senza fretta.
Con il passare dei minuti, la componente investigativa, che inizialmente richiama alla mente celebri casi di cronaca giudiziaria internazionale, lascia progressivamente spazio a una dimensione più intima e melodrammatica. Ogni personaggio, da Bill ad Allison, fino a Virginie e alla piccola Maya, compie il proprio percorso di ricerca: chi di un padre, chi di un compagno, chi semplicemente di un perdono mai davvero ottenuto.
Un film che merita una seconda occasione, magari lontano dal clamore delle uscite più chiassose, per riscoprire quanto il cinema americano possa ancora, quando vuole, parlare sottovoce e colpire nel profondo.
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